AFGHANI DEMOCRATICI, ANCORA OGGI - Critica Liberale/Non mollare, 18 ottobre 2021




Credo che ad Angelo Perrone, che su “Non mollare” del 6 settembre ha scritto della “Democrazia dopo Kabul”, avrebbe fatto piacere incontrare Malalai Maiwand. Il piacere sarebbe stato reciproco.

Ma non si incontreranno. Malalai era una giovane giornalista, parlava, altroché, e col velo in testa, di una strada afghana per la democrazia e per i diritti di tutti – donne, ma anche bambini, e uomini. Il 10 dicembre del 2020 è stata uccisa a Jalalabad, e con lei il suo autista. Il suo fu un funerale in una giornata di freddo e di sole. Sulla bara avevano posto una stuoia colorata, quasi in forma di contrasto con l’uniformità nera delle bandiere talebane. Una giornalista esemplare, Malalai aveva dedicato la sua vita all’idea che la democrazia non fosse un concetto estraneo all’Afghanistan, tutt’altro, ma rispondesse, con alcune sue variazioni proprie (come il ruolo dei consigli degli anziani o dei saggi nei villaggi), a qualcosa che il popolo desidera con tutto il suo ardore. La libertà come una necessità vitale: al punto da pagarla con la vita, consapevole dei rischi della lotta, tanto che anche sua madre, pure lei giornalista, era stata uccisa dai talebani cinque anni prima.

Avevo incontrato Malalai a Kabul insieme ad altre donne: il suo aspetto sobrio non la rendeva una di quelle vedette che piacciono ai media occidentali, e il suo martirio è passato in buona parte inosservato. Peggio ancora, pare non si voglia capire che non si tratta di “esportare” o meno la democrazia come qualche commentatore di casa oggi ripete con fare auto-compiaciuto, quasi confortato nell’assistere al ritorno dei talebani. Opinionisti che non sono mai andati con i loro piedi in paesi come l’Afghanistan, che non hanno mai parlato con un venditore di melone di Bamiyan che rivendica felice che potendo finalmente votare “è la prima volta che quelli di Kabul chiedono la mia opinione”, che non ha aspettato in coda insieme a decine di donne col burqa per firmare una petizione all’ufficio dell’associazione locale che chiede più mezzi di trasporto locali. Se oggi si presentassero alle elezioni, i talebani, movimento interamente pashtun, non sarebbero votati dai cittadini delle altre etnie (che insieme costituiscono la maggioranza degli afghani), e nemmeno dai pashtun della classe urbana e da molte donne. Azzarderei un 15% di voti, in una libera elezione. Ma non ci saranno elezioni in Afghanistan e chissà per quanto, e così si dirà il solito “l’avevamo detto, la democrazia non è di questa cultura, era sbagliato imporla”. Lo sbaglio è stato il tradimento da parte di una classe dirigente avida e corrotta e di intrighi internazionali nei quali anche l’Occidente ha colpe gravi, ma ciò – un canovaccio alquanto frequente - rende più arido il terreno della crescita di una democrazia, ma il suo seme anche più coraggioso.

Tutta l’esistenza di Malalai, anche lei una pashtun, e con lei potrei snocciolare come i dolorosi grani di un rosario i nomi di tantissimi altri giornalisti e attivisti che in Afghanistan hanno pagato con la morte il loro lavoro, è l’affermazione che la democrazia è una questione di lotta, che non è mai imposta ma anzi sopraffatta da una minoranza armata e barbara che si afferma non per una maggiore adesione alla cultura locale, ma per una migliore disciplina militare, per un proprio coraggio sul campo di battaglia, per un’ortodossia fanatica, per gli errori di altri (compresi i nostri, dall’Iran alla Palestina), e per indispensabili appoggi esterni - in questo caso di settori del Pakistan e di alcuni paesi del Golfo. In tempi non troppo lontani, fuori dall’Italia c’era chi ci considerava ancora non maturi né per l’unità nazionale tantomeno per una repubblica. Ci è voluto un lungo percorso, che in una sua fase si è chiamato Resistenza.

Angelo Perrone ha già scritto tutto, in proposito. Chiudo ricominciando: le sue parole sono quelle degli atti di Malali. E sta anche a noi, riconoscendoci tra democratici di ogni cultura, saldare le une con gli altri


Niccolò Rinaldi




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