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ISRAELE E LE RELAZIONI PERICOLOSE CON HAMAS - Critica liberale/Non mollare, 20 marzo 2024



All’università di  Valladolid, l’Alto Rappresentante per la politica estera Josip Borrell ha dichiarato testualmente: “Hamás ha sido financiado por Israel durante años para intentar restar poder a la autoridad palestina de Fatah". Non solo, Borell ha aggiunto che Israele ha “creato Hamas” al fine di rendere impraticabile la soluzione dei due Stati.

Parole di una tale gravità avrebbero potuto provocare un terremoto politico, le proteste di alcuni governi europei, la richiesta di dimissioni dello stesso Borrell, l’interruzione del dialogo tra Israele e UE. Invece le dichiarazioni sono passate quasi inosservate. Evidentemente l’Alto Rappresentante, che ha ribadito il concetto anche in un dibattito nella plenaria del Parlamento Europeo, sa di cosa parla e non teme di essere smentito. Avrebbe, come si suol dire, “le carte”.



Restando nel vago, verosimilmente quando ha parlato di “creazione” ha inteso il permettere ad Hamas di farsi largo tra le organizzazioni palestinesi, il diventare il gruppo principale a Gaza emarginando quelli più moderati, il mettere in atto varie misure per farlo primeggiare in modo da escludere altri interlocutori con i quali Israele avrebbe potuto con maggiori difficoltà sottrarsi a un confronto. Una creazione politica, non certo formale, utile anche alla quella rappresentazione demoniaca del popolo palestinese, irrecuperabile alla democrazia e financo alla civiltà, così utile a una certa destra israeliana. E nei finanziamento ad Hamas possiamo intravedere quantomeno una serie di consapevoli decisioni che hanno permesso il trasferimento di fondi e lo sviluppo di attività lucrative in una Striscia altrimenti ermeticamente chiusa – il tutto sempre a scapito di alternative più moderate.

La materia è complessa e per definizione opaca, ma non sorprendente: in un contesto diverso, si rimase sconcertati al cospetto della vicenda dei talebani, appoggiati in vario modo dagli Stati Uniti nella loro prima fase, quella peraltro cruciale per la genesi e il rafforzamento del movimento. Resta la gravità dell’accusa, quasi impronunciabile a leggerla nelle sue implicazioni. Che meriterebbe, soprattutto in Israele, un dibattito approfondito che invece deve ancora cominciare, perché va ben oltre il governo Netanyahu.

Nulla, in politica, si conquista con le scorciatoie e nemmeno confondendo le carte. Il dolore di oggi in Afghanistan e a Gaza, è l’esito di questa confusione morale, di valori, di intenti. Di una spregiudicatezza segreta che ha costituito il travisamento della propria missione come Stato, che si vorrebbe laico e dunque avverso a ogni fondamentalismo e mai disponibile ad arruolare i fanatici nemici dei miei nemici.

Spadolini così scriveva di Israele: “È il Dio e popolo trasferito nella storia di un popolo: quello che fu il sogno dell'Italia risorgimentale applicato altrove. Ed è anche il martirio di questo secolo. L'ombra del genocidio. Il rispetto più alto dei canoni di dignità umana, ciò che rende più imperdonabili gli errori dei governi di Israele - e non sono stati pochi in questi anni.” Parole di quarant’anni fa, e dagli “errori” si è passato a scelte politiche non trasparenti e inconfessabili. Di quelle che non solo finiscono alla carneficina del 7 ottobre e poi all’Aia, ma anche a non potersi più guardare allo specchio.

 

Niccolò Rinaldi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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