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UN DECALOGO PER CAMBIARE IL PARTITO – Critica liberale/Non mollare, 3 ottobre 2022



Presto diventerò segretario del Partito Democratico. Porterò la mia formazione laica e repubblicana. C’è bisogno in Italia che tutti beneficino di un mercato aperto ma regolato, con uno Stato poco burocratico, molto digitale ma anche assertivo, di una cultura meritocratica ed europeista, eccetera eccetera. Tuttavia la mia segreteria ha ambizioni più modeste, non si dilungherà troppo sulle visioni strategiche del paese, sui concetti generali della nostra politica, per restare molto più terra terra. Sarà improntata all’adozione di un semplice decalogo, redatto anche sulla base della mia esperienza di candidato a sfortunate elezioni - dopo le quali come ha più o meno scritto “Micromega”, sia “Lotta, non lutto”. Dieci piccole- grandi regole. Sono queste, senza un ordine preciso.

1. La prima cosa dovrebbe essere la più facile, ma non accade (privare per credere): chiunque domandi qualcosa a un eletto, un candidato o un dirigente, nazionale o locale, del partito, deve ricevere una risposta in tempo congruo. Sia che sia membro del partito e a maggior ragione se ne è al di fuori. Ed è la prima forma di mancanza di rispetto verso il cittadino, la prima rottura di un rapporto di fiducia, e i primi voti persi per sempre. E chi nel partito non sia capace di fare fronte alle magari tantissime sollecitazioni che riceve via posta, whatsapp, facebook o altri canali di comunicazione che abbia aperto, si organizzi meglio o cambi mestiere. La politica non fa per lui.

2. Il partito deve essere una casa di vetro, che spieghi bene chi la abita. Bilanci online, ma anche piena trasparenza di dirigenti, eletti e candidati, con i loro curriculum, le loro competenze, i link agli eventuali siti o profili, in versione leggibile e facilmente accessibili sul sito.

3. Il partito deve essere una tavola aperta agli altri. Magari collocata in una sala dove c’è la foto di Berlinguer o di De Gasperi o Einaudi o La Malfa, ma dove sono invitati regolarmente e non episodicamente le categorie, gli insegnanti, i sindacati, l’associazionismo culturale, sociale o sportivo, gli

studenti o i parroci che ne abbiamo voglia, insomma tutti coloro che non fanno parte del partito ma sono attivi nella società e rappresentando degli interessi collettivi mandano avanti questo nostro paese. Un dialogo non improvvisato, da rinforzarsi in vista e durante una campagna elettorale, ma da tenersi anche prima dell’adozione di proposte normative e anche in sede di valutazione ex-post.

4. Il partito è anche una comunità di esperti, di cittadini che mettono a disposizione degli altri le loro competenze. In genere ci sono i dipartimenti tematici e i loro responsabili. Questi devono essere a disposizione del partito, e anche oltre. Non si tratta di avere delle caselle con dei nomi, dei piccoli titoli, ma di produrre documenti aggiornati, brevi (un partito non è un istituto di ricerca, un’università), da inviare regolarmente a chi rappresenta il partito nelle istituzioni locali o nazionali, ai candidati che si presentano, in modo che tutti possano saperne di più e veicolare certe proposte. Questi saperi vanno diffusi, e devono essere predisposti per una loro diffusione, altrimenti non servono a nulla.

5. Se, come ho imparato dai carabinieri, i sottufficiali sono la struttura portante dell’Arma, coloro che organizzando più di altri la presenza effettiva sul terreno, hanno più di tutti il polso della società, nel partito questo compito spetta agli eletti locali. Sono la prima risorsa di un partito. Ad esempio, in una campagna elettorale nazionale o europea, la prima cosa da fare è fare incontrare gli amministratori locali con tutti i candidati, affinché i primi condividano la loro esperienza diretta, l’umore, le necessità delle città o regioni che conoscono meglio di altri. Ma questo vale anche per l’interfaccia con i dirigenti nazionali e i responsabili tematici.

6. Il partito legge e discute le notizie quotidiane ma anche quelle del mese, monitora la stagione ma s’interroga anche sull’epoca. Non deve mai, da una campagna elettorale alla posizione su una legge, scordarsi le esigenze più immediate, ma deve anche saperle coniugare con una visione a lungo termine, con le scadenze a venire che potrebbero sfuggire alla maggior parte dei media e dell’opinione pubica. Deve sapere guardare oltre le contingenze e programmare il futuro – anche questo significa voler parlare non alla pancia ma alla testa dei cittadini.

7. Il partito, questo partito, non prende in giro nessuno. Se s’impegna su qualcosa, rende conto di ciò che ha fatto o tentato di fare. Lavora per obiettivi e target, e coltiva, come una buona impresa, l’abitudine alla valutazione ex-post, senza il classico e disordinato rompete le righe immediatamente dopo un appuntamento elettorale o l’approvazione o meno di una proposta legislativa. E se promette investimenti e spesa pubblica là dove è doveroso, sa anche affrontare la questione della copertura delle spese.

8. Il partito è soprattutto un insieme di valori, non negoziabili. Non feticci immutabili che vengono dalla tradizione, ma punti di riferimento fissi per progettare il futuro. Dalle mie parti, tra questi valori ci sono: Europa unita, mercato aperto, primato della filiera della conoscenza (scuola, università, ricerca, creatività), espansione dei diritti civili, ambientalismo, pubblica amministrazione efficiente (leggera, digitale) perché servizio e non strumento di controllo, cooperazione internazionale. I valori del partito devono essere sempre immediatamente riconoscibili, senza nemmeno bisogno di sventolarli a ogni occasione, sono l’architrave di tutto il resto.

9. Il partito è un attore pubblico, vive di comunicazione. Al servizio dei valori, dei contenuti e delle persone, la comunicazione del partito deve essere chiara, pronta a fornire piccoli ausili a eletti, anche locali, e candidati, veicolando un’immagine composita e coerente. Una comunicazione con parole chiare, immagini che prendano l’attenzione, che diffonda la possibilità di approfondimento ai programmi, alla storia, alle scelte, e ai profili personali.

10. Chiunque aderisca al partito deve rispettare un codice etico, anch’esso pubblicato, che tra l’altro eviti conflitti di interessi e impegni al rispetto della diversità. Ma deve anche far proprio uno “stile” che non sarà mai codificabile e sempre declinato da ciascuno a modo suo, ma comunque improntato a una certa sobrietà, all’assenza di volgarità, all’essere sicuri di sé ma anche pronti ad ascoltare. Cose che si dovrebbero riconoscere subito già dalla partecipazione di una trasmissione televisiva. Allo stesso modo, il partito deve occuparsi soprattutto di sé, della sua azione, della sua proposta. Non serve a molto parlare male degli altri – i cittadini sanno vedere da soli tante malefatte - quanto assumersi le proprie responsabilità. È anche giusto dare del fascista a qualcuno se se lo merita, ma è anche meglio spiegare le virtù, oggi, dell’antifascismo. Poiché sono un liberaldemocratico, dunque un ottimista della volontà, lo stile comprende anche un, non di facciata, sorriso.

Comincerei da queste poche e in fin dei conti elementari regole – generalmente praticate nelle organizzazioni che vogliono avere un futuro. Per il mio partito, qualunque esso sarà (perché in verità non sarà mica facile diventare segretario del PD...), questo decalogo sarà legge ferrea. Tutti gli iscritti e ancora di più gli eletti e i dirigenti, dovranno attenervisi. Può bastare, nella politica italiana, per cominciare con qualcosa di davvero nuovo.

Niccolò Rinaldi*

*Presidente dei Repubblicani Europei

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