UCRAINA: GANDHI, MAZZINI, LIMITI DELLA NON VIOLENZA - Non mollare/Critica Liberale, 21 aprile 2022







UCRAINA: LA LEZIONE DI GANDHI E DI MAZZINI, E I LIMITI DELLA NON VIOLENZA

Chi in Italia si scandalizza per l’invio delle armi agli ucraini o s’indigna per la prospettiva di una guerra estesa, vorrebbe porsi su una posizione moralmente superiore. Ha diritto di farlo, ma solo a condizione di riconoscere che, come insegnava Gandhi, esistono la non violenza del codardo, quella del debole e quella del forte. Solo l’ultima si può invocare.

Perché per Gandhi la non violenza non è una soluzione assoluta, per tutte le stagioni e per tutti gli adepti, è la strada maestra ma anche quella più impegnativa, da intraprendere solo se è efficace.

La non-violenza non è un esercizio da tastiera, non una formula salottiera, ma una pratica che richiede una difficile disciplina personale, un alto senso del sacrificio, un’organizzazione scevra di ogni improvvisazione. Questo vale anche per l’Ucraina del 2022, e per parlarne occorre farlo con un minimo di nozione di causa.

I crimini contro l’umanità da parte russa richiedono uno sforzo anche maggiore, perché altrimenti ai massacri dei civili si contrappongono solo sterili chiacchiere. Per contrapporsi alla potenza di fuoco russa, o anche a quella ucraina, occorre sviluppare un’energia interiore e collettiva e un dispiegamento di mezzi altrettanto forti. Così per Gandhi, ma anche per Aldo Capitini, la pratica della non violenza cominciava a tavola, con il vegetarianismo, doveva essere alimentata da un rapporto con la trascendenza, aveva una parentela con la castità.

Gandhi si ispirò anche a Mazzini – nel 1984 Giovanni Spadolini tenne a Nuova Delhi una memorabile lezione su “Gandhi and Mazzini”. Eppure Mazzini, seguendo le orme di Machiavelli e rifiutando il ruolo dei mercenari, considerava un dovere dei cittadini l’arruolamento per difendere la propria patria, convinto anche della forza intrinseca espressa da un esercito di popolo. Gli eventi bellici della Repubblica Romana, che cadde contro forze francesi soverchianti soprattutto grazie all’inganno di Oudinot, gli stavano dando ragione. Come Mazzini, anche Gandhi vedeva nella lotta di liberazione una esperienza con tratti mistici.

L’Ucraina pare ricordare anche un altro aspetto sia di Mazzini che di Gandhi: un nazionalismo e un plasmare un’identità nazionale grazie alla lotta di liberazione, superati dalla scelta di fratellanza tra popoli – la Giovine Italia, la Giovine Europa, la “Young India” diretta proprio da Gandhi, e oggi la strenua volontà di Kiev di entrare nell’Unione Europea.

Aspirazioni soffocate da occupazioni e invasioni militari. La non-violenza può tentare di opporsi, ma fino a un certo punto: Gandhi stesso giustificò più volte nel corso della sua vita la partecipazione diretta a conflitti, a cominciare dalla Prima Guerra Mondiale. Era consapevole della critica che “Un Gandhi ebreo in Germania, se mai ne sorgesse uno, funzionerebbe sì e no per cinque minuti”, e avvertiva della necessità del “sacrificio di centinaia, se non di migliaia, di uomini per placare gli appetiti di dittatori che non hanno alcuna fede nell’ahisma (non-violenza). Anzi, il principio è che l’ahisma raggiunge il massimo livello della sua efficacia quando si trova di fronte al più alto grado di himsa (violenza). Coloro che accettano la sofferenza possono non vedere il risultato della loro azione durante la loro vita. Ma essi devono aver fede che se il loro culto sopravvive il risultato è certo”.

Parole che tornano sul concetto caro a Gandhi dell’“efficacia”, per cui la non-violenza non è mai mera testimonianza, ma lotta, la dura e rischiosa lotta del forte. Se il militare è disposto a morire sul campo di battaglia, anche il non-violento militante deve essere disposto a questo rischio.

L’olocausto è solo l’arma esterna del non-violento, che ha a sua disposizione numerosi strumenti, praticati tutti da Gandhi. Certamente le sanzioni, cominciando da quelle commerciali anche se costano pure alle nostre tasche; e il boicottaggio – nel contesto attuale, il sacrificio di non acquistare più gas e petrolio russo, accettando di restare al freddo e pagare prezzi dell’energia ancora più alti degli attuali. Gli scioperi (anche selettivi, come rifiutandosi di lavorare pe qualsiasi entità russa), e i sit-in prolungati, non dimostrativi di qualche ore, ma anche di settimane, fino a creare dei blocchi logistici di difficile soluzione per il potere “violento”. Lo sciopero della fame, di personalità o di intere collettività. E anche il ricorso agli scudi umani.

È stato proposto – e l’idea ha un senso - che i capi dell’Europa si schierino come interposizione disarmata davanti ai cannoni di Putin. Basterebbero a fermarli? Nessuno può dirlo, ma certo nessuno lo ha voluto provare. Ancora più efficace sarebbe se diecimila o anche centomila cittadini europei che oggi rifiutano la fornitura di armi agli ucraini, trovassero un modo migliore per fermare la carneficina a cui sono sottoposti, proponendosi come una massa di interposizione disarmata davanti alle città assediate. Su 500 milioni di abitanti non costituirebbero una cifra impossibile, e nemmeno lo sono al cospetto delle decine di migliaia di volontari che si stanno arruolando nelle brigate internazionali di sostegno militare a Kiev. Gli uni come gli altri sono soggetti a rischi notevoli per la loro incolumità, ma la guerra non fa sconti a nessuno gli si voglia contrapporre, e la non-violenza, come insegnano Gandhi e anche Mazzini, non è un salvacondotto per la sopravvivenza – anzi. Per questo ha bisogno di essere animata da una profonda fede personale.

Un instancabile pacifista italiano ha proposto di organizzare viaggi di militanti non-violenti in Ucraina, ma ci risulta che pochissimi, anche tra coloro che protestano contro la logica delle armi, si sono davvero candidati. Tra le tante, è un’altra lezione ucraina: il tentativo di riunire la terra al cielo, di superare nell'intimo della coscienza l'antinomia fra il dovere politico e il dovere etico, è naufragato – questione di egoismo, di superficialità, di paura, di mancanza di figure trascinatrici (nemmeno il papa ha fatto la differenza). E mentre i civili muoiono sotto le bombe, in assenza di qualcosa di più reale che interviste indignate e locandine delle buone intenzioni, a meno di non guardare dall’altra parte non resta che far partire le armi – tertium non datur.


Niccolò Rinaldi


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