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TALEBANI, AFGHANISTAN E SITUAZIONE INTERNAZIONALE - Toscana ebraica, anno 36, n.6, dicembre 2021





Per i talebani, la rivelazione, e anche la rivoluzione, corrispondono alla tradizione. Il richiamo seduce, e può ingannare adepti dell’islamismo lontani dall’Afghanistan, ignari che, gratta gratta, sotto la buccia della tradizione il nocciolo della dottrina degli “studenti” è una supremazia etnica intrisa di leggi non scritte e lontane dal Corano ma codificate in pratiche locali, circoscritte all’Afghanistan e al fianco occidentale pakistano. È così che i talebani hanno ospitato, forse rimpiangendo questa loro scelta, Bin Laden e altri strateghi del terrorismo internazionale, fedeli a un inscalfibile protocollo di ospitalità, ma si sono sempre guardati dall’operare fuori dai loro confini nazionali – che comprendono appunto anche una fettina di Pakistan. Non solo: si contrappongono, con la loro militanza nazionalista, a ogni ingerenza islamista che venga da fuori, e ancora di più ai progetti pan-islamici di califfati internazionalisti. Se confermeranno questa loro sensibilità, che li ha caratterizzati nei lunghi di combattimenti intra-Afghanistan, è verosimile che eviteranno di diffondere urbi et orbi la loro azione, e anzi si impegneranno in una certa misura contro l’ISIS e le sue reincarnazioni.

Tuttavia, sarebbe ingenuo pensare che il loro colossale successo resti confinato all’Afghanistan. Questo paese è una scatola ottica, pare remoto e marginale, laddove invece occupa una posizione centrale – da millenni. In Afghanistan Alessandro Magno terminò la sua corsa, e lì più che altrove si installarono parti delle sue legioni, dando origine a una stirpe unica che due millenni dopo Hitler considerò la culla ariana; in Afghanistan si consumò il confronto cruciale tra il buddismo gandhara e l’islam, che vinse la partita per diffondersi nell’Asia meridionale; solo questo paese, in tutta l’Asia, restò veramente libero da qualsiasi giogo coloniale, infliggendo ai britannici la loro più sanguinosa sconfitta; è in Afghanistan che cominciò la disgregazione dell’Unione Sovietica. Primattore mondiale nella produzione dell’eroina, l’Afghanistan ha ora impartito una lezione durissima agli Stati Uniti e alla NATO. Da questo successo, si irradiano nel resto del mondo, e soprattutto in Medio Oriente e nel Sahel, almeno quattro raggi di una sinistra luce.


1) I talebani non hanno canti patriottici, solo un grido di battaglia. Quel “Dio è il più grande” risuona dall’Afghanistan in altre terre che si considerano irridente, e dopo la caduta di Kabul è un grido vittorioso e trova una forza nuova, ispira, incoraggia. Anche a Gaza.

2) Anche il ritiro della NATO & C. resterà a lungo una fonte d’ispirazione, la dimostrazione che è possibile vincere contro le forze armate – eserciti e aviazioni – più moderne. Se gli americani e gli europei sono stati sconfitti, si ritiene che un giorno potrà toccare anche agli israeliani.

3) Per far questo ci vuole tempo, saper aspettare. I talebani lo hanno sempre detto: non abbiamo fretta. È la forza su cui fanno conto molti altri, tutt’altro che scoraggiati dagli apparenti successi di tappa dei loro avversari – anche in Palestina.

4) Dopo una dura lezione subita, tra amici si rinsaldano i legami; oppure si allentano. È presto per tirare conclusioni, ma per ora pare prevalere la seconda ipotesi nei rapporti tra europei e americani, e l’affare dei sottomarini francesi sta peggiorando un rapporto che non potrà che restare essenziale, ma che comunque potrebbe minare anche la cooperazione transatlantica in Medio Oriente.

5) Alle prese con talebani – e con la Cina – si spposta la bussola degli stati canaglia e i rapporti con i paesi vicini diventano più preziosi. Pakistan e resto dell’Asia Centrale saranno trattati con maggiori riguardi dall’Europa. Vale anche per l’Iran – gli stessi Stati Uniti sembrano già cambiare tono verso Teheran.

6) I talebani sono tornati in sella dopo venti anni. Hanno vinto grazie a una capacità militare grossolana, priva di armi pesanti e di una qualsiasi copertura aerea. La loro forza principale consiste nella vocazione dei propri combattenti ad andare fino in fondo; e in una visione della società massimalista, senza spazio per compromessi. I talebani, a differenza di altri gruppi islamisti, non sono mai stati disponibili a fare concessioni in cambio di una più facile condivisone del potere, dell’accesso a risorse finanziarie internazionali, di soddisfazioni diplomatiche. Aanche in questa fase non sembrano disposti a compromessi: nonostante quanto gli sia stato chiesto da più parti, il loro governo è quasi interamente monoetnico, senza alcuna donna e con primo ministro e ministro degli interni sulle liste dei terroristi internazionali. Questa loro intransigenza rispetto ai propri principi, questo non fare nulla per ingraziarsi i favori del “salotto buono” della comunità internazionale, è un’ulteriore arma di seduzione per chi si trova scegliere tra gli incorruttibili di Hamas e i presentabili pragmatici di Fatah.


Può valere anche un ricordo. Era la prima volta che incontravo i talebani, e sarebbe stata l’unica. All’epoca a Kabul c’era poco movimento internazionale, il mondo guardava disgustato le lapidazioni pubbliche negli stadi e altre mostruosità come le politiche segregazioniste nei confronti delle donne. Ma era l’Afghanistan, un mondo considerato marginale, di cui non si voleva invece capire la centralità nelle cose del mondo. L’incontro non aveva un’agenda precisa, al di là di qualche progetto strettamente umanitario, il caso Bin Laden era ancora a venire e i talebani tenevano sotto un certo controllo la produzione di oppio, almeno più di quanto non aveva voluto fare il vecchio governo afghano dei mujaheddin. Fu dunque un incontro di circa tre quarti d’ora, non sapevo cosa aspettarmi e infatti quello che accadde fu qualcosa che non mi sarei aspettato. Entrambi gli interlocutori parevano disegnati in una miniatura: barba, tunica e turbante bianco, voce calma, quasi impercettibile, a tratti e suadente. La conversazione fu generica: a loro interessava poco dell’Europa, del riconoscimento dei paesi dell’UE, e a una mia osservazione ribadirono che le donne afghane godevano di tutti i diritti che derivano dalla legge coranica, compreso il diritto alla protezione, anche dalle interferenze esterne. Sapevo già che niente di significativo sarebbe emerso da quell’interlocuzione. Eppure tutto cambiò quando inaspettatamente uno dei due talebani – indistinguibili per età e gerarchia l’uno dall’altro – cominciò a piangere: sulle sue guance scesero rigoli di lacrime, senza singhiozzi e senza fermare la sua soffice parlantina. Guardai sorpreso l’interprete – che succedeva? “Sta parlando del Profeta, è per questo”, rispose.

Fu una commozione sincera? Penso di sì, non c’erano giornalisti, facebook o altro, non c’era alcun bisogno di recitare e fare colpo sull’ospite occidentale. I talebani mi apparvero allora più imprevedibili e imperscrutabili di quel che avevo creduto: crudeli, maniaci, pericolosissimi, e a loro modo con un grado di traviata, sinistra, “purezza”: la stanza mentale del fanatico nella quale di norma non fanno breccia l’avidità e le vanità abituali.

Un’immagine che non ha nulla di romantico, trattandosi solo della faccia più sfuggente di un potere spietato. Ma è anche l’aspetto che conferisce ai talebani quella tenacia indispensabile per tornare al potere dopo essere stati quasi annientati a fine 2001. E soprattutto l’aspetto che li può rendere una fonte di ispirazione per i movimenti islamisti del Medio Oriente – una prospettiva preoccupante tanto per Israele che per alcuni paesi arabi corrotti e oligarchici.


Niccolò Rinaldi



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