"SUONO DELLA LINGUA" È UN PROGETTO PER ASCOLTARE I NOMI DEL MONDO - Rewriters, 19 marzo 2021






Perché si può giocare a viaggiare anche così.

Riscrivere le lingue attraverso pronunce che sono misteri e idiomi inventati che regalano il sapore di quelle vere.


Pronunciamo la parola “Cà-rà-cas”, e ci pare di assaporare un croccantino.

“Tim-bu-ctù” evoca un piccolo strumento a percussione.

“Kat-man-dù”: e siamo tra le formule magiche.

“San-Pie-tro-burg-go”: una dizione che è un viaggio in un’altra epoca.

“Ro-ma”: e si rovescia nel noto “Amor”.

“Ca-sa-blan-ca”: film, candore, orientalismo.

“U-ru-gu-a-y” e “Pa-ra-gu-a-y”: due fratellini che ci si sciolgono in bocca.

“Ma-da-ga-scàr”: una composizione musicale istantanea.

“Con-go”: e in queste cinque lettere pare sentire tutta l’Africa.

“Ki-ri-ba-ti”: sì, proprio un’isola esotica.

“IUESSEÉ”, “USA”: quasi lo slogan pubblicitario di un’intera epopea.

“Ulaàn-Ba-tòr”: ma che posto potrà mai essere?

“Zàn-zi-bàr”: ahhh…

È un modo di viaggiare, un gioco per piccoli e grandi. Proviamo a impastare nella nostra bocca questi e altri nomi – e cosa si prova? “Ma-ni-to-ba”, “Sa-ska-tche-wàn”, “A-la-ska”, “O-kla-o-ma”: basta dirli e già immaginiamo chissà quali avventure. “Ar-kan-sas”: c’imbattiamo in un serpente tra le rocce. Queste e altre pronunce costituiscono una parte singolare della grande avventura del viaggiare, un ingrediente tipico di certe pubblicità turistiche vintage. Un nomadismo per suggestioni, un’altra forma di riscrittura, tutta ferma e tutta mentale, ma dalle implicazioni sterminate. Perché una delle prime realtà con le quali ci si confronta a giro per il mondo sono nomi poco familiari, luoghi reali ma in buona parte sconosciuti, immaginari e illuminati dalla spesso fuorviante luce del loro nome, che ce li lascia intravedere per quello che suggeriscono, non per quello che sono.

In alcuni casi, affrontare un termine geografico è il primo passo per perdersi in un labirinto. “Bang-kok” è un caso limite: sette lettere tutte tonde, uno schioccare la lingua. Significa più o meno “villaggio in riva all’acqua”. Ma in thai si usa “Krung Thep Maha Nakhon”, abbreviazione del nome ufficiale (il più lungo al mondo), che è un poema, tanto che anziché leggerlo si fa prima ad ascoltarlo: https://en.wikipedia.org/wiki/File:Th-Bangkok_ceremonial_name.ogg

Proviamoci, sempre per gioco: «Krung-dēvamahānagara amararatanakosindra mahindrayudhyā mahātilakabhava navaratanarājadhānī purīramya utamarājanivēsana mahāsthāna amaravimāna avatārasthitya shakrasdattiya vishnukarmaprasiddhi». Il significato è questo: “Città degli angeli, la grande città, la città della gioia eterna, la città impenetrabile del dio Indra, la magnifica capitale del mondo dotata di gemme preziose, la città felice, che abbonda nel colossale Palazzo Reale, il quale è simile alla casa divina dove regnano gli dei reincarnati, una città benedetta da Indra e costruita per Vishnukam». Chi non vorrebbe visitare un posto così? Chi, già prima di averci messo piede, non prova a immaginarselo? Potremmo fermarci all’ascolto del suono, alla lettura del significato, al confronto col talmente diverso e stringato e pure a suo modo suggestivo nome occidentale, e il viaggio è fatto.

Sarebbe un esercizio mentale, e una riscrittura, troppo facile per non proseguire. Andando oltre, Maria Teresa Sartori ha inventato una nuova forma di ricerca artistica, che è un’ennesima declinazione del viaggio. Il suo “Suono della lingua” è un progetto per ascoltare i nomi del mondo. Ha cominciato con il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” di Leopardi, mantenendone ritmo, melodia, metro e rima, ma spostando le consonanti o all’interno della singola parola o tra parole vicine. “Il risultato – avverte - è qualcosa di assolutamente incomprensibile, ma assurdamente familiare. “ Il gioco è stato replicato per altri dieci idiomi, con un percorso sonoro presentato a Venezia e ora disponibile in rete - https://www.mariateresasartori.it/il-suono-della-lingua-2/.

La magia che ne risulta è quella del “bambino che gioca sul tappeto sente le conversazioni degli adulti e non ne capisce il significato. Percepisce però le modalità del flusso di quella lingua che gli è già enormemente familiare e ne assimila ritmo e intonazione. Questo aspetto della conoscenza mi pare pieno di una sua intrinseca bellezza”.

Non saremo più bambini, ma grazie al viaggiare attraverso parole lontane e incomprensibili ma ricche di fascinazione, riscopriamo questa arcana conoscenza.


Niccolò Rinaldi


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