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I TEMPI DI ISRAELE NELL'UNIONE EUROPEA - Critica Liberale/Non mollare, 18 dicembre 2023

 

Nel 2003 mi trovai con Marco Pannella a Gerusalemme a un incontro di una delegazione del Parlamento Europeo con l’allora ministro degli esteri israeliano, Silvan Shalom. Il leader radicale propose nuovamente l’adesione di Israele all’Unione Europea, seguendo un’iniziativa di cui il Partito Radicale si era fatto promotore già dalla fine degli anni Ottanta e che fu rilanciata ancora nel 2006 nel corso di una riunione del Consiglio Federale radicale a Gerusalemme. Il ministro, membro del Likud, rispose, per convinzione o per cortesia, che era felice all’idea di Israele parte dell’Europa.

Erano anni di generosità e di slancio. E ancora oggi, l’allargamento mediterraneo dell’UE – anche alla Turchia - rappresenta per i radicali e per molti laici la strada per ancorare l’intera regione a un progetto di solidarietà e di democrazia che vada oltre steccati dovuti ad appartenenze nazionali e religiose. Per Israele costituirebbe una strada per alleviare l’accerchiamento medio-orientale e, se così possiamo esprimerci, di “far tornare a casa” quella diaspora dalla storia drammaticamente intrecciata con le pagine peggiori dell’Europa.

Un sondaggio della Commissione Europea rivelò che due israeliani su tre erano favorevoli all’integrazione nell’UE, mentre Simon Peres non solo fece suo il progetto, ma propose un’adesione di Israele, Giordania e Palestina.  Una visione che avrebbe “calmato” gli antagonismi mediorientali attraverso la comune appartenenza a una famiglia che da europea sarebbe diventata euro-mediterranea, e che avrebbe permesso all’Europa di diventare nel Medio Oriente un pilastro, si presume, di pace e stabilità. Un cammino certo pieno di insidie, ma la storia di questi ultimi anni, e di queste ultime settimane, avrebbe avuto un sapore molto diverso.

Come accade alle visioni che vanno oltre le contingenze e che sanno prendere dei rischi, di quell’idea non se ne è fatto di niente. La stagione degli allargamenti era in piena fase espansiva, e questo si rivelò più un ostacolo per un’agenda già molto carica, che non un vantaggio per aprire a un paese come Israele con molte convergenze economiche ma con altre complicazioni. Tra queste, quella di minore importanza era la collocazione geografica di Israele – dirimpettaio di Cipro, paese fisicamente asiatico, e anche lacerato da un conflitto interno congelato, senza scomodare il caso “geograficamente misto” della Turchia.

Perché al di là del fascino di vedere Israele nell’UE, nei fatti in Israele la maggior parte della politica rispose all’iniziativa radicale con un certo imbarazzo. Non sfuggiva la difficoltà di integrare nell’ordinamento israeliano l’acquis communautaire, il sottoporsi alla giurisdizione  della Corte di Giustizia di Lussemburgo, il vincolarsi a un coordinamento di politica estera, la libera circolazione dei lavoratori europei (e di qualsiasi religione), e altre implicazioni che a molti sembravano incompatibili con la natura dello Stato ebraico.

 

Restava aperta un’altra strada: “Israel Should Become a Member of the Council of Europe” . Questo il titolo di un lungo intervento dell’ambasciatore Robbie Sabel pubblicato il 5 settembre del 2007 dal Jerusalem Center for Public Affairs. Per Sabel la questione cruciale è proprio il senso della famiglia allargata nella quale salvaguardae la condizione solitaria di Israele per la sua geografia, e la sua vocazione ebraica: “Israel should strive to join ‘clubs’ of democratic states. By joining the Council of Europe, Israel would be associating itself with like-minded democratic countries”, affermava il diplomatico e accademico israleiano,  e “ we should strive to join groups where we are at home. The Council of Europe has as members the West European states, which are all democratic.”

Il punto era proprio questo:  “Joining a club is important. The United States will not accept us as another state. We are not part of the Middle East or Africa. With all the weaknesses and problems of Europe, we are closer to it than to any other international grouping. Europe is no longer a Christian society except perhaps when it comes to anti-Muslim feeling”.

Il vantaggio sarebbe reciproco, perché anche l’Europa beneficerebbe dell’adesione di Israele, come della Turchia, allargando la sua prospettiva storica, geografica, culturale, economica.

Realisticamente, Siebel si sofferma a lungo sugli “ostacioli”. Tra questi ricordiamo il trattamento della minoranza araba (una “minoranza” del 20%, ciò che in Occidente farebbe di Israele uno stato bi-nazionale), e varie disposizioni legali derivate da norme religiose, con trattamenti discrimonatori non solo per i non ebrei ma anche per le donne ebree. Siebel si sofferma soprattutto, e a lungo, sulla giurisdizione della Corte Europea per i Diritti Umani. Se il livello della corte è eccellente - “The professional standard of the judges of the European Court is considered excellent and many of Europe’s leading jurists have served on the court” – la sua giurisprudenza costituerebbe una costante spina nel fianco del sistema israeliano  (si pensi alla kafkiana “detenzione amministrativa”, oppure alla condizione dei minori palestinesi in carcere). Ma proprio l’adesione al Consiglio d’Europa aiiterebbe Israele, come ogni altro membro, a superare queste cirticità, e Siebel ricorda come un paese critico nei confronti di Israele quale la Svezia, ne vedrebbe di buon occhio l’adesione proprio per i meccanismi di protezione dei diritti umani a cui sarebbe sottoposto.

E seppure tra tante difficoltà, del Consiglio d’Europa fanno parte a pieno titolo paesi geograficamente non europei come quelli, appunto, “transcaucasici”, in guerra tra di loro come Armenia e Azerbaijan, separati in casa come Cipro, con legislazioni di emergenza come è accaduto al Regno Unito per i venti anni dei “Troubles” nord-irlandesi, “democrazie autoritarie” come la Russia fino alla sua recente espulsione. Maglie larghe, ma  non abbastanza larghe per Israele.

Come accadde alla campagna radicale per l’adesione all’Unione Europea, anche la proposta di Siebel fu di fatto accantonata. Il diobattito non si è aperto, Israele non ha bussato alla porta di Strasburgo e ancor ameno a quella di Bruxelles. La costellazione di meccanismi normativi e giuridici per i diritti dell’uomo e per la lotta alle discriminazioni, la cessione, soprattutto nell’Unione Europea, di sovranità nazionale, avranno forse rappresentato non un incoraggiamento, ma prospettive da cui tenersi alla larga.

Nel frattempo, quella stagione si è eclissata sotto la spinta della crescita dell’estrema destra e del fanatismo ortodosso, a scapito di una visione laica della società e della politica. Basterebbe soffermarsi su una delle dichiarazioni di esponenti di governo a proposito della dignità e dei diritti essenziali dei palestinesi, per misurare la distanza crescente con i valori espressi da quelle campagne per “Israele in Europa”.

Non solo: se la campagna radicale – e lo ricordo da militante che a Bruxelles procacciava le firme a suo sostegno – raccoglieva simpatia, i venti anni precisi trascorsi da quella missione con Marco a Gerusalemme e oggi hanno completamente rovesciato la disponibilità dell’opinione pubblica europea – soprattutto la nuova generazione, e soprattutto negli ultimi anni per non parlare della tragica spirale di violenze di queste ultime settimane. Le piazze oggi si riempiono per la Palestina, così come si sono riempite per l’Ucraina: al cospetto della carneficina di Gaza, ci si scorda perfino dei crimini di Hamas, e la frattura del sentire europeo rispetto a Israele oggi lo rende percepito come sempre meno europeo, sotto la lente d’ingrandimento della Corte Penale Internazionale per possibili crimini di guerra, e con cittadini oggetto di sanzioni individuali. E le firme si raccolgono sempre per le vittime.

Si dovrebbe ripartire dalla visione di Pannella, dalla proposta di Siebel, da quelle istanze restate inascoltate. Invece, abbiamo perso tutti. E c’è qualcosa di beffardo, qualcosa da capire meglio, nel fatto che i “figli della Shoah” non siano parte delle conquiste istituzionali dei popoli europei, non beneficino di quello spazio di unità, fragile ma sempre di progresso, nato proprio come risposta ai crimini perpetrati verso i loro padri.

 

Niccolò Rinaldi

 




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