SCROLLARSI L’ARIA DEL CONTINENTE - Solidarietà Internazionale, n. 1 2021


Vivere sull’isola

remota: pochi, lontani e felici ma tutti vicini. Vivere a velocità moderata.


Nadi. - Di posti come questi in genere non si ricorda né i personaggi né gli eventi; e a stento i paesaggi, perché il le lontane isole del Pacifico finiscono con l’assomigliarsi tutte, prive di episodi forti, tutte luoghi col gusto del rievocare, del soffermarsi sotto un remoto orizzonte mentre un sogno o un pensiero rimorso stringono il cuore, a chiacchierare magari di qualcosa indifferente.

Le Figi hanno avuto i loro scossoni – instabilità politica, colpi di stato – ma è tutto relativo, perché qua c’è come una stoica rassegnazione nel vivere sull’”isola remota”, con un vero seppure moderato benessere, lontani e pochi, lontani e felici, ma tutti vicini, sull’isola, in una dimensione sociale, e anche politica, che resiste agli scossoni globali. Così la visita a Nadi è anche incontro con questa umanità semplice, sorridente, con un “basso profilo” che è forma di nobiltà d’animo e di coesione.


Prendiamo il barbiere dal quale vado a tagliarmi i capelli. Ha diciannove anni, pare un ragazzo come tanti altri. È festoso, intrigato da un cliente italiano, per di più già in tempo di covid – la cosa pare non preoccuparlo (ma cinque giorni dopo agli italiani sarebbe stato vietato l’ingresso nelle Figi). Già tramonta, sono l’ultimo cliente della giornata e il suo negozio è un po’ fuori mano, sulla strada all’ingresso dell’abitato, una palazzina moderna e senza storia, divisa in due: la solita drogheria a sinistra e il “Weeding Barber Shop” a destra. È un’attività di famiglia, è dunque il piccolo padrone della ditta e almeno in questo tardo pomeriggio è solo a lavorarci. Amici sì, un paio dentro il locale e un paio che lo aspettano fuori con fare da bighelloni. Per andare dove?

Mi spiega: appena chiude se ne vanno direttamente tutti alla spiaggia, sono già cinque, altri due o tre li raggiungeranno; portano birre e musica, sono gli amici della squadra di calcio – anche se alle Figi preferiscono il rugby – ma niente pallone, se ne staranno spaparanzati sulla sabbia, a chiacchierare, a bere. Qualche ragazza? No, troppo complicato, arrivano le ragazze e l’atmosfera cameratesca tra amici si sciupa subito, e poi si mettono in testa qualche intenzione seria, almeno che non siano di quelle troppo facili, molto meglio starsene fra uomini. E fino a che ora si tratterranno sulla spiaggia? La riposta non è chiara, ma deve essere fino a tardi. Dipende anche da un’altra variabile, che mi suona probabile: si beve molto, qualcuno si ubriaca? “Capita”. E la prossima settimana, altro rebrechè, queste rimpatriate sono abituali.

La vita è dunque scandita con ritmi regolari. Lavoro in negozio, allenamenti e partite di calcio, amici e spiaggia. Poi, arriverà la famiglia a ricordare che si deve diventare uomini, con la fidanzata ufficiale, e il matrimonio, e via dicendo. Mi chiedo cosa manchi, o cosa possa interferire con questo trantran rassicurante e orribilmente monotono. Ne viene fuori una schiera di giovani che tengono duro sulla loro isola bella e trappola, ragazzi semplici e sorridenti che come un corpo unico s'immolerebbero ai compagni e non lo sanno - escono da una stirpe di isolani ben radicati, e magari non ne sono nemmeno consapevoli.


Più tardi incontro i loro genitori. Passeggio nella strada di Nadi, è già buio, di turisti o stranieri non ce ne sono proprio e forse do nell’occhio. C’è un negozio con la serranda semiabbassata, qualcuno fuori, e sono invitato a entrare e vedere. È uno di quei fondi al cui interno si fanno cose diverse: vendita di ricordini (cestini di paglia, cartoline, gioiellini, oggettini – è tutto un “ini”, perché non c’è davvero nulla, alcun oggetto che abbia una sua vera fisionomia. È anche un’agenzia per fissare gite per turisti, in barca o in quattro per quattro nell’interno. E al bancone si serve il rum locale, le birre. Locali – la “Figi”, la famosa “Vonu” con la tartaruga sull’etichetta, la “Gold”. Compro qualcosina e questo comporta il biglietto d’ingresso al tavolo al quale il gruppetto di amici sta seduto, con birra offerta. Sono solo uomini, di mezza età, gente semplice e tra di loro solidale. Danno l’idea di non parlare di nulla di importante, di non parlare mai di qualcosa di importante – ma è solo un’idea. Sono guide turistiche, ferme ormai per via della pandemia, e pescatori, e piccoli commercianti – e pare che i vari lavori si confondano insieme, si fa a seconda di quel che serve. Si chiacchiera del più e del meno, forse si aspettano qualcosa da me, forse no. Del resto, cosa potrebbero chiedere, o voler sapere da me? O io da loro, al di là di quello che ho già domandato e che senza dilungarsi mi hanno già detto? Mi chiedono perché sono alle Figi, glie l’ho dico, non mi sembrano particolarmente colpiti della mia missione, e li capisco. Dopo un po’ saluto e me ne vado, salutano sempre sorridenti. Sono stati ospitali e con la mia visita inattesa c’è stata una piccola variazione sul tema della loro serata, magari se lo ricorderanno per un pezzo, magari tutto svanirà. Forse anche tra loro qualcuno tornerà a casa alticcio, magari alzerà le mani sulla moglie, ché la violenza domestica è una piaga costante alle Figi.


Ecco, quest’ultima notazione è figlia del nostro vedere critico, del confrontar le statistiche e le osservazioni sul campo, del voler trarre conclusioni generali da dei particolari, dal ricondurre piccoli episodi di per sé insignificanti a una qualche macroanalisi. Siamo fatti così.

Invece bisognerebbe imparare ad andare in posti quali le Figi come fanno i personaggi delle fiabe, che non si stupiscono mai di nulla. Un’isola del pacifico è un individuo, e i suoi simili; coincide con la comunità che la abita, nonostante la Cina, anche alle Figi, faccia del suo meglio per arrivare e scompigliare abitudini, anche politiche, che sembrano millenarie, antiche come l’oceano.

Al ritorno, l’Europa ci incalza subito con i suoi guai, i suoi successi, il suo bisogno di guai e successi, i suoi riti– che ritmo. E pensare alle Figi è come rileggere Conrad:

“Tutti voi, qui a terra, mi fate l'effetto di giovincelli spensierati che non hanno mai avuto preoccupazioni in vita loro.

- La verità è che nella vita non bisogna dar troppo peso a nulla: né al bene, né al male.

- Vivere a velocità moderata. Non tutti ne son capaci.”

Non noi, con la nostra aria del continente.


Niccolò Rinaldi



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