RIVOLUZIONE EX ORIENTE - Huffington Post, 30 gennaio 2021




Cina, Bielorussia, Russia: tre fallimenti, o tre moniti esemplari


Se a ovest siamo comprensibilmente concentrati sulla crisi pandemica, a oriente soffia il vento della rivoluzione. È una stagione che non se ne va: la furia della piazza ha cominciato a Hong Kong, sfidando uno degli apparati repressivi più solidi, nel quale polizia dai metodi brutali, carceri duri, media di stato, potere giudiziario asservito, ideologia di Stato e struttura di partito unico si sostengono a vicenda. La rivoluzione è poi riapparsa nel pezzo mancante del mosaico europeo, la Bielorussia ancora inchiodata alle bizze del despota, con un moto di ribellione collettivo che pareva liberare un’antica ansia – da squallore, da isolamento, da asservimento. Ora ha addirittura investito l’intera Russia, con proteste nelle strade di oltre cento città, dal Baltico alla Siberia. Anche il Kazakistan è investito da manifestazioni di piazza che da oltre due anni scandiscono regolarmente una vita civile anteposta alla verità del palazzo.

Era dai tempi delle cosiddette primavere arabe che una tale tensione non si scatenava, infondendo coraggio a milioni di cittadini che spesso rischiano tutto (lavoro, libertà, famiglia, incolumità, perfino la vita) ma che paura non hanno. E nemmeno male fanno, poiché questa ribellione parte sempre dal basso e adotta gli strumenti non-violenti ai quali può aggrapparsi, dai sit-in a un uso dilettantesco o professionale dei social network. In Bielorussia e in Kazakhstan sono state inventate app dedicate per documentare le frodi elettorali e le chat dell’opposizione tengono in contatto miglia a migliaia di persone simultaneamente; Navalny ha perfino pubblicato un film di quasi due ore per denunciare la corruzione di Putin, ottenendo in poco tempo più di venti milioni di visualizzazioni nella sola Russia. A Hong Kong gli studenti erano sostenuti dalla consapevolezza che quest’isola ha sempre avuto il vento della Storia in poppa, anticipando da secoli quanto è poi accaduto nel resto del paese: apertura al mondo, classe media, investimenti, bagliori di democrazia.


Ma se l’Oriente si muove, la rivoluzione pare non sbocciare nel fiore della libertà. Perfino nei paesi arabi, dove uno a uno caddero dittatori che parevano monumenti viventi di marmo granitico, solo la Tunisia ha beneficiato di un dividendo di libertà, impiegato per continuare la protesta contro altre brutture. Dunque le piazze si riempiono di coraggio, sono “in rete”, ma sono imponenti quanto impotenti. Lukashenko è restato in sella, il partico comunista cinese continua ad autocongratularsi e a fare lo strafottente col resto del mondo, a Mosca per ora non è cambiato nulla, e la capitale del Kazakistan continua a chiamarsi con il suo nuovo nome, il nome del “leader supremo”.

Conakry, Caracas e a suo modo perfino Istanbul, possono raccontare le loro “variazioni sul tema”. Cosa manca a questo vento rivoluzionario per spazzare via castelli che per la volontà popolare sembrano essere di carta? Per abbattere apparati repressivi che ovunque hanno comunque esitato a compiere il passo, in genere senza ritorno, di un indiscriminato spargimento di sangue? In altre parole, cosa serve oggi, perché una ribellione si trasformi in rivoluzione, e perché una rivoluzione abbia successo? Azzardo, consapevole di muovermi su un terreno scivolosissimo, cinque tesi.


· Rispetto ai tempi andati, oggi i social network offrono una moltiplicazione della piazza nella quel protestare: ma a volte l’occupazione dei canali virtuali diventa un’illusione ottica, e il Palazzo materiale del potere, ancorché accerchiato, non viene assalito e ha buon gioco a resistere.

· Nei tempi globali, quanto una protesta si alimenta di simpatie globali – quasi ovunque si è protestato per Hong Kong o per la Bielorussia – tanto deve far fronte al mutuo soccorso tra despoti. Putin ha salvato Lukashenko, e per abbattere il secondo si dovrebbe prima cambiare il primo. Per cambiare in Kazakistan, bisogna cambiare in Cina, che non tollererebbe la caduta di un regime amico. E per riuscire anche la protesta ha bisogno di un aiuto forte da fuori. Per quanto l’accuratezza del film di Navalny possa far immaginare lo zampino di qualche collaborazione non russa, oggi nessuna Europa o nessuna America – ancora a leccarsi certe ferite della malintesa primavera araba - se la sente di imbarcarsi in un’avventura rivoluzionaria.


· Se, deo gratia, non abbiamo ancora dovuto piangere altri martiri in gran numero come a Tienanmen, gli apparati repressivi si aggiornano. Anche loro sanno come usare la rete, intercettano, dispongono di metodi di infiltrazione sofisticati, tengono accese telecamere dappertutto, sanno sparare senza ammazzare, torturare senza lasciare troppi segni apparenti, inventare prove in modo impercettibile e indelebile. Non per questo picchiano o meno duro. Ed è lecito chiedersi quanto una rivoluzione possa davvero riuscire senza l’uso della forza. Per questo occorre che almeno alcune componenti della polizia o delle forze armate affianchino, più o meno direttamente, gli oppositori. Finora non è accaduto, e questo ha fatto la differenza.

· Ogni rivoluzione è un anelito di libertà. Ma non basta, perché il primo movente, per i grandi numeri, è spesso la pancia vuota, e la rivolta è in primo luogo lotta per il pane, o libertà di mangiare e di avere un futuro. I despoti lo hanno imparato, sanno distribuire un po’ della loro opulenza, garantendo quasi a tutti la pagnotta, i servizi essenziali, e a molti lo stipendio fisso. Offrono quel che basta, e poi che il popolo si vada a distrarre su internet o sulla televisione.

· Nei calcoli della storia c’è sempre un’incognita: le grandi personalità. Spesso è solo quando è animata da un suo capo riconosciuto, che la rivoluzione da caos della piazza si fa ordine, da angoscia diventa progetto. Senza il carisma della persona, la somma dei tanti in una piazza non equivarrà mai a uno, a quell’uno che è simbolo vivente e che sa trasformare la rabbia in volontà.


La lista non è esaustiva, ma possiamo interrogarci se fin qui le recenti proteste orientali non abbiano avuto esiti per la mancanza di un aiuto esterno, di una forza militare, di una rabbia sociale, di un capo. Almeno di qualcuno di questi fattori.

O forse è proprio la formula della rivoluzione che ha fatto il suo tempo. Forse l’umanità si è rassegnata a vedere le rivoluzioni solo come stimolo per innestare un processo che andrà avanti per altri binari, senza che valga la pena portarle a termine la rivolta aperta. Perché a partire da un certo punto la rivoluzione può apparire altrettanto senza speranza quanto noiosa, una ricombinazione senza fine delle forze già esistenti, che cambia poco o nulla - e allora, a che pro?

Così a Hong Kong, Minsk, Almaty, Mosca, le piazze rischiano di restare vuote, i milioni di likes alle denunce degli oppositori uno sterile esercizio, e i despoti, superato il primo scossone, tirano avanti. Eppure restiamo interdetti e ammirati al cospetto di queste donne e questi uomini che rischiano tutto e scendono in piazze lontane, sfidando forze soverchianti e perfino il tramonto dell’idea di rivoluzione – ornai demodé. Non c’è nulla di “impossibile” per loro; forse sono mediocri blogger, cattivi rivoluzionari, scarsi comunicatori e non s’intendono di fundraising; ma credono ai cambiamenti come a delle realtà possibili. In un’epoca cinica e rassegnata, la loro motivazione ultima resta insondabile, la loro essenza fantastica, il loro spirito costruttivo e infiammabile come quello degli artisti. E di fronte a un’opera d’arte, ci dobbiamo aspettare di tutto, non si sa mai.


Niccolò Rinaldi

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