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PICCOLI SANTI COLOR ZAFFERANO - Solidarietà Internazionale, 05/2021




Sempre più violente le proteste in Myanmar contro il colpo di Stato. La repressione e le torture contro i monaci buddisti.

Premessa. Questo è un testo ibrido a sei mani, frutto di alcuni lanci di agenzie sulla Birmania/Myanmar degli ultimi mesi e di altri del 2007 (tanto è cambiata la situazione in quasi quindici anni…), e di alcuni messaggi di entrambi i periodi scambiati dagli autori.


Askanews - Le proteste in Myanmar contro il colpo di Stato diventano sempre più violente. Dagli idranti e proiettili di gomma si è passati ai proiettili veri. Nelle ultime 24 ore almeno 18 dimostranti sono morti colpiti dal fuoco della polizia che ha sparato sui manifestanti per disperderli a Yangon, Dawei e Mandalay. Una violenza che non ha fermato le proteste, ripartite di nuovo in diverse città del Paese.

Nel frattempo Aung San Suu Kyi, agli arresti domiciliari dal giorno del colpo di stato militare nel Paese, l'1 febbraio scorso, è apparsa questa mattina in tribunale in videoconferenza, mostrandosi "in buona salute". È stata incriminata per due nuovi reati: per avere violato una legge sulle telecomunicazioni e per "istigazione a disordini pubblici".


Adn Kronos - Il numero delle vittime della repressione messa in atto contro i manifestanti dai militari golpisti a Myanmar è salito ad oltre 700. A denunciarlo è l'Associazione di assistenza ai prigionieri politici (Aapp), secondo cui i morti sono almeno 701: nella sola giornata di venerdì, almeno 82 persone sono state uccise nella città sudorientale di Bago, dove secondo alcuni media locali i militari hanno fatto uso di artiglieria pensante contro i civili.


Da Nina a Niccolò – Niccolò caro, stati, questi ultimi giorni, tristissimi. Il fatto della Birmania, storia antica che si ripropone, mi ha messo sul piede di 'guerra' qui a Roma, e con Amnesty (che purtroppo non è riuscita a fare molto...) ho tentato qualche azione senza risultato. L'ambasciata era deserta, nessuno ha risposto agli appelli, non c'era neanche un funzionario. Come andrà a finire, considerando la dittatura di sempre, i patti commerciali, Putin avverso a qualsiasi veto (almeno fino a ieri), la Cina nei confronti della quale ci prostriamo con un atteggiamento che mi fa vergognare... Niccolò, hai un quadro più preciso della situazione, o sono io che vedo nero tra un massacro e l'altro? Portami un po' di notizie generali. Perché Niccolò, e qui torno ai birmani, hanno caricato, torturato e deportato i miei amati monaci utopisti? Uomini di fede, piccoli santi color zafferano? E sui civili, giornalisti, studenti... Non cambia mai nulla. Asta qui, la mia impotenza di creatura del mondo.


Asia News - La repressione in Myanmar diventa aperta persecuzione religiosa e la crudeltà usata contro i manifestanti, che chiedono la fine della dittatura, supera ogni immaginazione. Fonti di AsiaNews confermano l’esistenza di un forno crematorio alla periferia di Yangon, dove i militari gettano oltre ai cadaveri degli oppositori anche i detenuti feriti gravemente e arrestati durante le dimostrazioni anti-regime di queste settimane. In questo modo la giunta militare spererebbe di rendere impossibile un conteggio certo delle vittime. Le stesse fonti – anonime per ovvi motivi di sicurezza – parlano di misure assurde e persecutorie contro i monasteri buddisti, da dove è partita la sollevazione pacifica contro i generali. Il governo, porta avanti una campagna diffamatoria contro i monaci, i quali - secondo i media di Stato – non vivono secondo l’insegnamento di Budda e per di più, violando anche la legge, meritano solo di essere puniti. Ma come criminali, sottolineano, e non come prigionieri politici. I toni ormai sono quelli di una vera e propria persecuzione religiosa. Le autorità nel fine settimana hanno chiamato gli abati dei monasteri più grandi del Paese e imposto il trasferimento dei maggiori centri religiosi fuori dalle città nel tentativo di sedare le proteste. “Siamo preoccupati per la sorte di questi monaci – dicono da Yangon – non sappiamo di cosa vivranno fuori dalle città, dove sarà difficile raccogliere le elemosine, su cui si basa la loro sussistenza”. Il governo teme soprattutto l’attività dei novizi buddisti, in prima fila nelle manifestazioni che vanno avanti da fine agosto. Per questo ha chiesto la chiusura dei seminari buddisti, ordinando che tutti gli studenti facessero ritorno ai villaggi di origine. Le dure critiche internazionali e l’ipotesi di sanzioni Onu non sembrano intimorire i generali birmani, che da 50 anni reggono il Paese con pugno di ferro. Ieri sono stati condotto nuovi rastrellamenti e arresti. Le autorità sostengono di aver trovato armi, come coltelli e proiettili, in alcuni monasteri. Secondo il quotidiano governativo “The New Light of Myanmar”, sono almeno 135 i monaci ancora agli arresti e 78 le persone detenute da ieri per interrogatori. Stime ritenute false da ambienti diplomatici e attivisti, che fissano ad oltre 6mila gli arresti e in “centinaia” i morti. “I soldati – raccontano testimoni oculari ad AsiaNews – spogliano i monaci arrestati delle loro tuniche, come per non compiere un sacrilegio, e poi durante gli interrogatori li colpiscono e li torturano”.


Da Nina - Come procedono le cose in Birmania? Dico: veramente? È vera la notizia propagata da AsiaNews dell'esistenza di forni crematori nella zona di Yangon, dove i militari getterebbero non solo i corpi degli oppositori ma anche di persone ferite tenute prigioniere in queste settimane? Avrei bisogno di Verità, di conoscere più cose su Italia - Cina, Russia, India: patti commerciali, passaggi strategici, le solite motivazioni, le solite barbariche motivazioni che non sopporto più! Birmani, tibetani, ceceni… Scusami Niccolò, vorrei tanto avere il tuo tono lieve, il rigore di sguardo di un uomo che sa sicuramente più di me. Io ho solo rabbia, angoscia, impotenza. Fai qualcosa affinché si sappia qualcosa di più. Le persone hanno bisogno di verità, di non essere prese in giro.


Da Niccolò - Noi crediamo nella parola - e anche nella carta stampata, che ne è spesso la circolazione. Birmania: su un filo del rasoio, abbiamo davvero sperato che la giunta cedesse, ovvero che alcuni reparti disertassero. Non è successo, e la repressione è durissima (dei forni non ho notizia, del resto però sì). Schiacciata dalla violenza, l'ondata della protesta sembra battere il passo. Avremmo forse dovuto andare in massa a sostenerli, così come si è andati - quasi in massa - a fare turismo in Birmania? Forse sì. E avremmo forse dovuto armare la protesta - che da sola la non violenza non ce la fa, al punto di aver quasi abbandonato la partita? Chissà. Quanto è duro, credimi.


Da Nina – Mi devo scusare con te per la mail scorsa. Molto dolorosa e angosciante, e in questo momento meriteresti soltanto parole di grande sostegno, di affetto (che c'è, esiste ed è palpabile nei tuoi confronti - spero che tu lo avverta) per le situazioni dure che stai vivendo, questioni praticamente irrisolvibili (mi riferisco alla Birmania). E so che non c'è solo la Birmania dell'impotenza e dei soprusi storici; è un caso come tanti altri, destinato all'oblio: un fatto già dimenticato. Ci ha fatto muovere un po' la coscienza: legiferare bontà e comprensione. E questa noce d'Europa dallo sguardo corto è il guscio molle.


Da Niccolò - Le cose non sono mai dimenticate del tutto, è così difficile chiuderle in uno sgabuzzino, nel mondo intrecciato e globalizzato che conosciamo. Ora con la Birmania visto che la non-violenza locale non basta - che il linguaggio delle botte e delle armi, se non dei forni crematori, è più forte, visto che la non violenza della solidarietà occidentale non basta (a Bruxelles Paola & bambini & bambinaia erano un terzo di tutti i manifestanti), visto che fare la guerra ci fa fatica e non ci piace farlo (ma forse dovremmo, e questo per me, è il punto di coscienza doloroso), non ci restano che le fatidiche sanzioni, uno strumento in fondo stupido e poco efficace. Ora lavoriamo per rinforzarle possibilmente con una misura che farebbe qualcosa, ovvero la cosiddetta extra-territorialità delle nostre aziende. Lo scopo è di costringere non solo le banche europee in Europa, ma anche quelle europee nel resto del mondo (e a noi interessano quelle tedesche a Singapore) a congelare di colpo i conti dei membri della giunta. Questa extra-territorialità è già applicata dagli USA in vari schemi di sanzioni americane, ma per gli europei non funziona, per ora, per via di diverse giurisprudenze e disposizioni legali - è un terreno molto complesso. Ovvero: quante battaglie da "partigiani" o “incursori" o alla Gandhi, si devono poi intraprendere ricorrendo ai cavilli, agli spiragli nelle interpretazioni dei trattati internazionali, ai postilli dell'OMC, eccetera. Un mondo non teorico, forse, ma passo passo si plasma anche una civiltà migliore. (Ad esempio, qual è la nuova non violenza in un mondo informatico, dove i media sono potenza nucleare, dove una comunità globale potrebbe scendere in piazza - ma non lo fa?)

Ero in Giappone poco fa, per la prima volta, e mi è piaciuta quella società ricca di contraddizioni - massimo grado di anima asiatica e tradizione abbinato al massimo grado di modernità, alienazione compresa. Eppure solo due generazioni fa il Giappone era un paese imperialista e razzista...


Da Plinio - Il mondo lava la sua cattiva coscienza con questi siti fra la resipiscenza e l’atto di dolore, che, in fin dei conti, potenziano, amplificano il malessere e la rabbia contro l’operato dei politici e – diciamolo – l’ipocrisia di tanti presunti intellettuali. Voglio dire: interessa poi realmente, la Birmania, o è un altro espediente, privilegiato, adesso, espediente – bersaglio, esca, trappola – con cui chi fa informazione calamita utenti, contatti e attenzione?! Me lo chiedo col punto interrogativo, e mi rispondo col punto esclamativo…


Da Nina & Plinio - Una sola poesia, tra le tante lette e forse anche pensate in questi giorni, abbiamo voluto incorniciare, salvare a memento (ma anche auspicio) di tutti. Un testo scritto da una giovane allieva di Plinio, Susanna R., che ha frequentato un laboratorio di poesia presso il suo Liceo Classico, il “Plauto” (di Roma, a Spinaceto). Ci è sembrato l’omaggio lirico più bello, più semplice e veritiero, per riassumere il senso di tutta la vicenda: nella speranza e nel travaglio, nella luce e nella tempesta d’ombra, di sangue e silenzio, da cui quei versi sono nati, e purtroppo – ma non accadrà! – rischiano ancora e ancora di tornare, inghiottiti dall’inerzia, dall’ignavia ipocrita o delittuosa dell’uomo e della sua Storia.


Ode ai caduti per la libertà

(In ricordo dei monaci birmani oggi caduti per la libertà dei popoli)

Libertà esplode sui muri

e sulle strade

nelle vetrine vuote

sulle facce spettatrici

immobili e bianche.

Libertà si sgola muta

dietro allo schermo

nell’ora di cena:

sanguinolenti brandelli

scivolano gravi

dalle pareti rovinose,

che scie di lumaca

-da poco frantumata-

lasciano.

E colano

allo stato solido

sulle orme dei màrtiri.

Qui dove la speranza

muore

per non morire mai.

Per rifiorire a suo tempo

nella ballata di un vivo cuore

-lentamente pervaso

dal suo stesso motore.


Susanna R.


Da Niccolò – Quest’anno lo ricorderemo per la Birmania? Niente di meno sicuro. Neanche il 1994 è ricordato per il Ruanda. Del resto per certi versi c'è pochino da ricordare. La diplomazia ha fatto quel che ha saputo fare, e oggi c'è qualche sanzione in più nel settore minerario. Sai che roba, ma è vano chiedere di più, di più di quanto strutturalmente possa fare e osare chi per definizione non può, non sa. Al punto che c'è un ministro degli esteri, antico eroe dell'umanitario, che un anno fa s'era fatto profumatamente pagare dalla multinazionale francese per firmare un rapporto che scagionava ogni bruttura negli investimenti in Birmania. E scagli la prima pietra chi è senza peccato: la vita è un tappeto nel quale la trama della morale è intrecciata con le trame degli affari, dei nostri legittimi comodi, della pigrizia plastificata degli occidentali, del cinismo, del voler attendere senza forzare, della paura di commettere altri pasticci inestricabili - e tutte queste trame, nel tappeto della vita globale, convergono nella trama del destino.

Nina, Plinio, il mondo è fango, capiamo tutto e sopportano tutto. Ci proteggiamo vicendevolmente. In Occidente mettendoci il cuore in pace con un moto d'indignazione, una smorfia di sofferenza e di solidarietà verso i monaci zafferano. In Oriente, ricordandosi che ci si può ribellare, e che la ribellione è per la bellezza.

Magari un giorno in Birmania ci torniamo insieme. Un mondo di sogni e visioni strane - il cameriere che nella sala del pranzo lo schiaccia il topo davanti a tutti e ne raccatta i resti con la scopa, la pagoda d'oro di Rangoon che si specchia al tramonto nel lago, gli acrobati e le danzatrici, i mille e mille templi color mattone o bianchi dopo il restauro nella valle verde verde di Pagan, i contadini di un paese che fino agli anni cinquanta aveva l'autosufficienza alimentare, gli studenti di un paese che negli stessi anni conosceva uno dei più alti livelli d'istruzione dell'Asia, i monaci e i lebbrosi di Mandalay, la polizia che ci seguiva dappertutto, l'aeroplano che non partiva e che veniva spinto dai soldati sulla pista per fargli prendere la rincorsa, l'hostess che in volo serviva un bicchiere d'acqua mentre una scaletta a pioli di metallo andava su e giù per il corridoio nei continui sobbalzi del volo, e finalmente le prime conversazioni libere solo dopo aver varcato la frontiera con la Tailandia, con i militanti democratici in esilio. L'esilio e il riso, il buddismo e le scatolette laccate dove un intero paese conservava quanto di più caro restava. E un compagno di viaggio veneziano che diceva più o meno: "Una taza de tè, mezo chilo de mufa, do caschi di banane, se potemo partì”.

Per partire in Birmania oggi ci vorrebbe altrettanta leggerezza, a conoscere i monaci e i loro compagni, per scoprire la parte di noi senza peso. Di noi stessi, perché animati dallo stesso soffio, perché non c'è esotismo che renda uomini e donne incapaci di desiderare la stessa giustizia & libertà che tutti noi vogliamo - per noi. Di noi stessi, perché li riconosciamo uguali, parte di un tutto dove tutto si tiene.

Senza peso perché la mattina ci guardiamo allo specchio e ci scordiamo dei birmani, altre sono le nostre battaglie quotidiane - e di questo vivono i dispotismi. Senza peso perché dotati della leggerezza del pellegrino nel deserto, liberati dalla zavorra della paura di morire, o soffrire, o perdere - perdere, ce lo si metta ben in testa, solo per adesso. E finché attraversiamo il "per adesso", almeno impariamo a scrutare il nostro volto nello specchio, a riconoscerlo né migliore né peggiore di quel che la storia racconta, anche la storia dei monaci birmani lontani, fra sconfitta e liberazione - in bilico. Coraggio, ancora uno e mille sforzi.


Nina Maroccolo, Plinio Perilli, Niccolò Rinaldi

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