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LE SOMALIE DEI SOSPETTI - Solidarietà Internazionale, dicembre 2022






Esistono molte Somalie, che restano lontane da una redenzione nazionale. La frammentazione territoriale riflette il guardarsi in cagnesco. Un racconto di paura, controlli, ore interminabili e sorrisi.


Mogadiscio. - Alcune storie si spiegano con gli ultimi passi, che illuminano a ritroso quanto accaduto prima. L’ultimo atto di un soggiorno in Somalia è raggiungere l’aeroporto e imbarcarsi sull’aereo. Un percorso che prende quasi due ore, con sette ispezioni diverse, in ambienti separati, effettuate da uomini e da cani, ma soprattutto gestite da gruppi separati di ben tre nazionalità distinte: se ne può corrompere o infiltrare uno, ma non tutti. L’addio alla Somalia è all’insegna dell’assenza di fiducia, del non fidarsi, del proteggersi attraverso la moltiplicazione degli accordi e delle responsabilità, in un guardarsi con sospetto, in un tessere precarie relazioni che possono subentrare le une alle altre per supplire a un tradimento.

Sono i compromessi della luce con le ombre, il crepuscolo dopo una lunga notte. All’aeroporto di Mogadiscio anche nel 2022 vi sono stati morti per terrorismo – con un attacco a un convoglio dell’ONU – ma lo scalo è aperto, come aperta è la spiaggia della capitale, e la vista del mare, la libertà di pensare a un altrove. Il senso di soffocamento tuttavia resta dietro l’angolo, letteralmente. In albergo le porte sono blindate, ogni corridoio, ogni piano, può essere recluso dagli altri in caso di bisogno, e anche a guardia dell’ascensore c’è un uomo col kalashnikov. Si svolta una strada e il check-point blocca la strada, e non si passa. Vale per alcuni quartieri della capitale, vale per uscire da Mogadiscio, perché Al-Shabab ha arretrato e non poco, ma resta padrona di parti del paese; vale per il dialogo nazionale, che si scontra con ostacoli improvvisi. Perché oltre a un certo punto, non ci si fida, e così si va avanti, tra sospetti reciproci e una cultura strutturale delle fazioni, dei clan, delle cabile.

La frammentazione territoriale della Somalia riflette questo guardarsi in cagnesco. Il governo è ufficialmente sia “federale” che, fino a pochi anni fa, “transitorio”, con il Somaliland che continua a essere di fatto indipendente anche se privo di riconoscimenti internazionali, il Puntiland che gode di un’ampissima autonomia – tanta da non differire troppo dal margine di indipendenza del Somaliland con il quale contende del territorio. Gli islamisti di Al-Shabaab continuano a controllare vasti parti del paese, soprattutto al centro e nel meridionale “Harakat Al-Shabaab”, colpendo ancora a Mogadiscio dove nell’agosto del 2022 un attentato all’Hayat Hotel ha ucciso oltre venti persone.

A questa molteplicità di “somalie” corrisponde un’articolazione di presenza della cosiddetta comunità internazionale che non conosce requie: una giungla di sigle, acronimi che si occupano di tutto, dall’assistenza umanitaria alle prese con quasi dieci milioni di persone denutrite, alla ricostruzione delle istituzioni, dalla cooperazione economica agli innumerevoli contingenti di forze di sicurezza per lottare contro i pirati, contro i terroristi, contro la corruzione, contro il contrabbando di armi e non solo. Più tutte le truppe per addestrare questi corpi, queste operazioni. E nel mezzo di tutto questo fracasso di politica interna impossibile e sforzi internazionali dai passi perduti, il popolo.

Il popolo che condivide la stessa lingua, la stessa religione, la stessa appartenenza etnica, e che passa ogni giorno sotto questo ibrido di “Arco di trionfo popolare”, eredità della lunga frequentazione italiana con questa terra, di cui sono rimaste ancora delle vespe sgangherate o dei camioncini OM leoncino e tigrotto ancora più sfasciati eppure in funzione. Il “trionfo” si afferma a scapito di questi lutti, di questa instabilità, di questa volenza, e la voglia di esserci e di vivere si riversa nelle strade centrali di Mogadisco, alle quali ai arriva attraversando vari check-pojnt – tanti di più quanto da più lontano si parte – per poi mescolarsi pacificamente, e sorridenti, in quell’intreccio di negozietti, bar, grandi magazzini che solo i più abbienti possono permettersi e che stanno lì a mo’ di promessa di una ripartenza, di un futuro. Ricchi e poveri restano comunque soggetti alla ritualità dei vigilantes armati davanti alle vetrine, ai controlli di sicurezza all’ingresso di uffici e ristoranti, e al fatto che ogni strada a un certo punto finisce per tutti, e oltre si va solo per tornare a casa.

Anche il barbiere aperto sulla strada dal quale vado - e un barbiere è sempre un’oasi – è una sorta di limbo, uno spazio comune anch’esso come il governo “transitorio”, con un lungo e stretto corridoio con una decina di sedie e i clienti uno accanto all’altro, presenti ma silenziosi. Al termine del taglio, come previsto, l’invito a una fotografia è rifiutato, e la volontà di non dare nell’occhio, di non fidarsi, si combina con una cortesia che pare antichissima, quasi una seconda pelle per i somali, che mai alzano la voce, che usano il gesto con un garbo naturale, che mangiano o fanno qualsiasi cosa senza mai sporcare.

Alla sera, gli uomini si ritrovano per la preghiera, con ordine e gesti consumati. Resto a bere il mio tè, indisturbato, con qualche fedele che per ragioni di spazio s’inginocchia quasi accanto a me – e lo fa con una discrezione molto elegante. Hanno classe i somali, altroché, e mi chiedo cosa era la Somalia della “faccetta nera”, degli italiani presi dietro le bellissime donne, al cospetto di un mondo vivace e privo delle attuali, e rigide, segregazioni di genere. Sono molti gli anziani che ancora parlucchiano un po’ d’italiano, e ricordano tempi nei quali non erano “pari”, non erano padroni a casa loro (e nemmeno oggi lo sono), ma in un certo senso, almeno a volte, si divertivano con questi europei ben più caciaroni.

Di quell’epoca sarà rimasto questa arte del tirare avanti tra mille difficoltà, del rendere permanente il transitorio, di una leggerezza che è forza di resistenza. Ancora all’aeroporto ho una chiusa teatrale. Al momento della carta d’imbarco mi si chiede il libretto delle vaccinazioni e una lista che non riguarda quella per il covid, ma molti altre. “Non ce l’ho”, replico. “Allora non può partire queste sono le regole”. Lì per lì mi preoccupo, ma quando chiedo come si può fare la risposta è immediata: “Ci pensiamo noi, segua quel signore”, indicando un ottantenne mingherlino che si muove come una molla. “Devo venire con lei?”, gli chiedo. “Non c’è bisogno”. “Ma almeno sa di quali vaccini sono sprovvisto?, e in ogni caso non mi faccio iniettare niente”. “Non c’è bisogno; aspetti qua”. Torna dopo pochi minuti con un libretto di vaccinazioni delle Nazioni Unite, un timbro dell’OMS e la firma di un dottore. Di questi libretti, tutti già prestampati, ne porta sotto il braccio una decina, per i prossimi allocchi. “Ecco, tutto a posto”, mi fa. “E quanto farebbe questo giochetto?”. “Cinquanta dollari, è per partire, con questo non avrà nessun problema”. “Certo, mi fido, ma lo sa che sono italiano”, gli lascio cinque di dollari, e insieme sorridiamo.


Niccolò Rinaldi




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