BELIZE, DOVE LA STORIA È SOSPESA - Solidarietà internazionale, agosto 2020



Territorio defilato, rimasto ai margini della storia. Un paese pervaso da un’aria di provincia, dove la storia è come sospesa. Chi va mai in Belize? Turisti e affaristi di un piccolo paradiso fiscale. il referendum sul trasferimento di sovranità del 53% del territorio e del 43% della popolazione del Belize al Guatemala. Si pensa di aver conosciuto delle persone felci

Certi Caraibi tendono sempre delle trappole alle bussole temporali, inducono allo spaesamento, disorientano perché confondono le coordinate. Accade spesso con le isole minori, più propense a questi azzardi, e in Belize accade su una sponda della terraferma. Territorio defilato, restato ai margini della storia, e non perché costà non ne abbiano viste di vicende – altroché – ma perché il paese è pervaso da un’aria di provincia, di luogo appartato, dove la storia è come sospesa. Del resto, chi va mai in Belize - al netto di qualche turista che s’indirizza di filato nelle spiagge, di affaristi alla ricerca di un piccolo paradiso fiscale di un passaporto da acquistare? Qui non sono nati premi Nobel come a Saint Lucia, non si è messa in scena di fronte a tutto il mondo la Grande Rivoluzione come a Cuba o perfino in Nicaragua, non ci sono fior fiore di casinò come alle Bahamas, non si canta il reggae come in Giamaica, e nemmeno si vince mai con la nazionale di calcio come in Costa Rica. Il Belize sembra aver poco da raccontare, poco da ricordarsi.

Eppure come sempre in questi avamposti della nostalgia, è meglio non fidarsi della prima impressione, e affiorano fantasmi veri e propri. Come quelli della tratta e della segregazione, così chiaramente percepita alla piccola cattedrale anglicana, che ancora ha le tracce del muro esterno che non poteva essere valicato, nemmeno nei giorni di funzione, dagli abitanti di colore. Oggi invece ci sono solo loro, gli indigeni, al culto domenicale, e sono un po’ l’alta borghesia locale, con le signore attempate ed eleganti con i cappelli bianchi e i tailleur tirati a lucido, i signori che sembrano usciti da una stampa vittoriana.

Far parte della chiesa anglicana era fino a non molto tempo fa un po’ il miglior biglietto da visita, era il salottino della madrepatria, della potenza colonizzatrice. Quell’impero che in Belize è restato più a lungo che altrove, con l’indipendenza ottenuta solo nel 1981. La trasformazione in monarchia costituzionale con la regina inglese come capo dello stato fu vissuta da molti quasi controvoglia, perché scatenò le antiche rivendicazioni territoriali del Guatemala, una bega che scuote la vita di questo paese sin dagli anni ottanta e ancora in corso. Dopo tensioni e mediazioni di vario genere, siamo arrivati alla svolta con i due referendum, in Guatemala nel 2018 e in Belize nel maggio del 2019, i quali hanno accettato di deferire la contesa alla Corte di Giustizia Internazionale – una sorta di diplomatica “o la va o la spacca”. Si vedranno tempi e soprattutto contenuti del verdetto, con i guatemaltechi che ostentano spavalderia facendosi forti di antichi trattati con i britannici che darebbero ragione alle loro pretese. La cosa straordinaria di questa controversia è che non si tratta, come capita tra ex-colonie, di correzioni delle frontiere che infiammano le opinioni pubbliche e che sono spesso strumentalizzate ad arte dai politici locali per distrarre dai problemi di casa, ma addirittura di un trasferimento di sovranità del 53% del territorio e del 43% della popolazione del Belize. Se la corte dell’Aia darà ragione al Guatemala, la vita di queste tranquille contrade avrà uno scossone mica piccolo e avremo la più imponente mutazione di confini in tempo di pace.

Confini, tra l’altro, soprattutto linguistici e culturali. Perché il Belize, benché lo spagnolo sia anche praticato nel sud, resta l’unica isola anglofona della terraferma centro-americana, tanto che fino al 1964 si chiamava “Honduras Britannico”, a saldare da una parte l’appartenenza a uno spazio condiviso e dall’altra la specificità storia e culturale.

I monumenti maya – in cima ai quali in Belize ci si può perfino sposare - ricordano un’età nella quale l’unità di queste terre non era stata ancora sconvolta dalle arbitrarie separazioni coloniali, anche se di maya, che qui erano due milioni prima dell’arrivo di conquistatori/sterminatori, ne restano appena ventimila. Ma oggi, oltre alla parlata diversa si fa stento a ritrovare certi ritmi e una certa estetica dei paesi vicini – etnicamente uguali eppure latinos. Si mantiene simile la gastronomia, e non è poco, ma la tradizione musicale è molto diversa dalla melodia ispano-americana, né si condivide la stessa passione per il calcio, tanto che a Belize City non si trova, e non è indicatore da poco, nessuna di quelle magliette delle squadre e dei calciatori europei vendute un po’ dappertutto nella regione. Rispetto alla frenesia di certe città centro-americane, qua tutto è più sonnolento e appartato. Anche i cinesi, danno il loro apporto a questa atmosfera intorpidita: gestiscono il 90% dei negozi alimentari, ma nonostante siano una comunità presente da tempo, in parte restano ancora un corpo estraneo alla società del Belize, e le loro botteghe sono luoghi di passaggio veloce, non di animazione della strada. Un poliziotto addirittura sostiene che i cinesi “non mangiano quello che ci vendono, loro fanno molta più attenzione alla qualità dell’alimentazione”. In ogni caso nemmeno i cinesi fanno poi molta festa, divisi come sono tra taiwanesi (il Belize è tra i pochi paesi a riconoscere diplomaticamente Formosa anziché la Repubblica Popolare).

L’evento della giornata rischia di diventare il ragazzino che esce dalla chiesa metodista e ti offre the “Saturday soup”. È un’antica abitudine tutta anglosassone, questa di preparare dei grandi calderoni ecclesiastici nei quali si cucina una minestra a uso dei meno abbienti e dei viandanti. Abitudine a cui si tiene parecchio, con gruppi di lavoro che si riuniscono regolarmente ma che oggi fa fatica a trovare “clienti”, con la diminuzione di poveri e viaggiatori. Piuttosto che buttarla via, allora si invita il visitatore di passaggio – ed è un gesto formale più che uno slancio di ospitalità spontanea, ma comunque indizio di una civiltà da cui possiamo imparare.

Sta di fatto che la zuppa del sabato è un fremito di vitalità, in strade altrimenti di una calma piatta. C’è un mercato con musica ad alto volume, ma resta posticcio, come la frotta di fast food americani che riempiono con un vuoto un altro vuoto. Per l’”aggregazione” non c’è molto altro. Il famoso “faro del barone” non è nient’altro che un segnalatore, il centro culturale non ha altro da offrire che una esibizione di culturisti, le navi da crociera quando attraccano trovano allo sbarco botteghe di prodotti artigianali e probabilmente una animazione fittizia, perché come salpano tutto è ordinariamente chiuso. La lontananza, anche sentimentale, dall’Europa, fa sì che nemmeno le partite di calcio agitano grandi passioni. La regina si è fatta viva qualche volta, ma sono occasioni molto rare, e ci si deve accontentare con la visita occasionale di un membro della famiglia reale, sempre molto strombazzata, che se la spassa qualche giorno in una delle belle isole con le belle spiagge e i bei fondali. È la vita di una certa provincia.

Difficile dunque identificare un centro, in tanto spaesamento. Non lo è la capitale, Belmopan, che fu scelta al momento dell’indipendenza e che non è mai divenuta il cuore del paese; non lo è l’ex-capitale e sempre città principale, Belize City, raccolta intorno al suo notevole museo, a un breve corso, alle sue chiese sonnacchiose e ospitali, al municipio o alla Banca Centrale – tutti edifici che fanno apposta ad assumere un’aria di basso profilo. Tanto vale allora concentrarsi sul Turton Centre della National Library, locali semplici e con un arredo di vecchia data, ma ospitali. Vi sono raccolti volumi di vario genere – narrativa, libri di divulgazione storica e scientifica, poesia e via dicendo – e riviste in inglese. C’è la sezione con la letteratura per bambini, e poi uno spazio a mo’ di piccolo museo, con l’esposizione di oggetti domestici d’epoca, come una ingegnosa lavatrice a mano che all’epoca dovette semplificare non poco la vita delle massaie – o delle poche che potevano permettersi un tale status symbol. Vecchie lavatrici e vecchi libri, e vecchi tavoli con vecchie poltrone dove comodamente ci si può sedere a sfogliare quello che sta sui vecchi scaffali. Molte ombre del passato, e nessuna presenza di giovani o altri, sono solo per oltre un’ora alla Turton Centre. Tra le poche pubblicazioni del posto c’è il periodico del locale partito social-democratico, che spiega con brevi articoli il programma del partito, l’organizzazione, invita a iscriversi a partecipare. Una battaglia è l’opposizione alla decisione, ormai comunque sancita dai referendum, di deferire alla Corte Internazionale il conflitto con il Guatemala, scelta che a detta dei socialdemocratici del Belize dimostra la totale incompetenza e irresponsabilità dei leader politici di questo paese.

Questo bollettino è un piccolo esempio di buona volontà. O magari è solo una mascherina della consueta corruzione, pratica corrente nella politica e anche nella pubblica amministrazione. Ma da qual che parte si dovrà pur cominciare per dotare il Belize di un buongoverno, che sappia conquistarsi un posto al sole tra questa stretta e inquieta America Centrale e queste isole caraibiche a volte adagiate nella loro marginalità. Così si punta al turismo delle isole, o si indugia nell’esercizio del paradiso fiscale che poco lontano a Panama, sanno fare molto meglio. Oppure si comincia lentamente a recuperare la bella architettura tradizionale di case in legno, spesso a mo’ di palafitte, con il primo piano sollevato per proteggerlo dall’umidità, da possibili inondazioni, da animali e insetti. Tutto però resta accennato, niente è portato fino in fondo come una vocazione.

È l’opinione del barbiere da cui mi fermo per il taglio di capelli. Una casetta tutta in legno, un po’ malridotta ma che ancora fa la sua figura: scaletta di accesso esterna e un locale pittoresco, al massimo venti metri quadrati. Sul pavimento sporco ci sono bottiglie vuote, stracci abbandonati e cavi elettrici. Un’intera parete è occupata da amplificatori, microfoni e casse acustiche, il materiale per organizzare serate danzanti. Il barbiere conferma che quello di disc-jockey è il suo secondo mestiere, anche se ormai lo delega a un assistente più giovane, perché i nuovi gusti musicali non lo motivano a restare dietro alla consolle. Un doppio lavoro non è niente di eccezionale, anche se è curioso che la bottega di barbiere sia anche il deposito dell’attrezzatura per un karaoke, ma la vera passione del mio barbiere non è tagliare capelli (cosa che dimostra di saper fare bene), né di mixare musica – è la politica. Dal suo strategico avamposto sul terreno – cos’altro è il negozio di un barbiere – si è fatti un’idea precisa delle mancanze del governo, del parlamento, dei giudici, e ne ha per tutti.

Anche per le chiese, e non ne salva nessuna, nemmeno quella metodista presso le cui scuole ha studiato. “Cattolici e anglicani, e protestanti e denominazioni più recenti, ognuna ha il suo interesse economico, ognuna ha il suo tornaconto, il suo piccolo o grande giro di affari. Così come le forze armate, i giornalisti, gli imprenditori.” Non si limita a giudizi generici, ma mentre si affaccenda sulla mia testa, collega concessioni di servizi a episodi di corruzione, lacune legislative a frodi elettorali. È un fiume in piena, non le manda a dire e chi aspetta il suo turno per il taglio di capelli ascolta con una sorta di riverenza. “Qui nessuno è abbastanza ricco per dettare legge e prendere in mano la situazione, ma è abbastanza povero per credere di dover approfittare di qualsiasi posizione riesca a raggiungere. Il risultato è che qua tra poco perderemo oltre la metà del nostro paese, così, senza battere ciglio, roba da pazzi”.

Ha una bella parlantina e mostra coraggio, e gli chiedo perché non si impegna in prima persona in un partito. “Per farsi eleggere bisogna pagare, tale posizione corrisponde a tot soldi, è molto semplice; questa è la nostra democrazia”, risponde tra lo sconsolato e il sarcastico.

Non perde il buon umore e non fa drammi, siamo pur sempre ai Caraibi, e le sue parole sono la chiusa al passato prossimo del Belize: “Qui nessuno fa programmi. Da mangiare tanto ce ne sarà sempre abbastanza. Si preferisce cambiare padroni – ieri gli inglesi, oggi i capetti locali, magari un indomani il Guatemala – piuttosto che essere davvero liberi. Tanto, a voi, cosa importa? Non siamo una minaccia per nessuno e pensate che stiamo in un bel posto”.

È così: non è qui che sono in discussione le sorti del pianeta, i piccoli riti quotidiani assolvono la loro funzione di storia. abbiamo frainteso, esattamente come nei versi del caraibico Derek Walcott:

Us lost:

Found only

In tourist booklets, behind ardent binoculars;

Found in the blue reflection of eyes

That have known cities and think us here happy.

Già: torniamo nelle nostre città, pensando di aver conosciuto delle persone felici.

Niccolò Rinaldi

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