ALBERTO CAIRO, IL FISIOTERAPISTA DI KABUL – Solidarietà Internazionale, n. 3-4 2021


“Vedete quest'uomo? Lo vedete? È venuto in Afghanistan che era un giovanotto, io l'ho visto, senza un capello bianco, ha dato la sua giovinezza al nostro paese”.

Un afghano, su Alberto Cairo


Siamo arrivati in Afghanistan più o meno insieme, tra la fine del 1989 e l’inizio del 1990. Gli anni degli accordi di Ginevra, del ritiro dei sovietici, della svolta che avrebbe dovuto ricostruire il paese. Ma svolta non fu, ma solo uno dei mille passaggi di questa interminabile crisi afghana, che ancora si trascina. Il processo di riconciliazione fu spazzato via dalla conquista di Kabul da parte dei mujaheddin, resa presto vana dalle lotte tra le varie formazioni; tutto fu poi messo a tacere dall’arrivo dei talebani, a loro volta scacciati dalla coalizione internazionale post Torri Gemelle. Arrivò la democrazia, e anche una nuova incarnazione del potere dei signori della guerra; è rimasta la corruzione, i talebani si sono riorganizzati, si è aggiunta Daesh, anche in versione anti-talebani, i russi si sono messi a giocare contro la NATO, e ora siamo alle inconcludenti trattive di pace a Doha, all’equilibrio militare, ai ripensamenti americani, eccetera eccetera. A ognuna di queste fasi, che si anellano da quarant’anni, ha corrisposto una serie di espatriati che arrivavano a Kabul per poi ripartire all’inizio del nuovo capitolo della saga afghana - questione di impegni finanziari della comunità internazionale, di riconoscimenti diplomatici, di nuove priorità della diplomazia, dell’apparire e dello scomparire di certi interlocutori dentro e fuori l’Afghanistan.

C’è stata la stagione dei funzionari ONU e della Croce Rossa – i soli presenti a Kabul fino al 1992 – e poi quella delle ONG, dei soldati europei, degli esperti occidentali al lavoro col nuovo governo afghano, dei vigilantes ormai onnipresenti, delle imprese di costruzioni (negli ultimi anni non fosse altro che per il vertiginoso giro d’affari dei muri di protezione anti-terrorismo). A un certo punto, breve, sono perfino riapparsi i primi coraggiosi turisti. Ancora oggi arrivo a Kabul e posso capire coda stia accadendo politicamente nel paese solo vedendo la tipologia di stranieri presenti in città – in attesa di un “avanti il prossimo”.

Anche io dopo un paio d’anni me ne andai, seppure continuando a tornarci molte volte per brevi missioni. In questo porto di mare tra le montagne dell’Hindu Kush, uno solo (potrei prudentemente scrivere “uno dei pochi”, ma invece penso che sia davvero il solo) è arrivato trent’anni fa ed è restato. Alberto Cairo ha messo radici solide e il suo albero è cresciuto rigoglioso: ha cominciato come semplice fisioterapista al centro ortopedico di Kabul della Croce Rossa, e oggi ne dirige sette in tutto il paese. Un’espansione che non ha mai deviato da certi principi: la fedeltà al Comitato Internazionale della Croce Rossa, che Alberto non ha mai lasciato; e l’inclusione sistematica dei suoi pazienti, l’inclusione nella vita, nella speranza, della dignità.


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Non sono slogan: in un paese nel quale molte organizzazioni umanitarie hanno per mandato l’assistenza alle vittime della guerra, Alberto Cairo ha reso i suoi centri aperti anche agli altri disabili, rendendo tutti protagonisti nel percorso terapeutico. Nell’ospedale di Kabul ci s’imbatte in un andirivieni disciplinato e scandito da norne precise, dove molti disabili sono impegnati nella costruzione di arti artificiali, altri insegnano agli ultimi arrivati l’uso delle protesi, altri ancora si cimentano nelle campagna di sensibilizzazione per riconoscere le mine anti-uomo di cui il sottosuolo afghano ne contiene a milioni. Cairo, tra quelle pareti, non è un barone, e nemmeno un santone: dietro gli occhiali ha lo sguardo attento e il fare volitivo del piemontese che parla poco e opera. Non ho mai colto una goccia di retorica nelle sue parole, precise come quelle di qualcuno che si è laureato in diritto per poi scegliere la sua vocazione con il mondo esatto delle ossa e dei muscoli del corpo umano.

Senza retorica e ancora meno vanità, Cairo ha bandito la prosopopea di certi “French doctors”, attivi anche a Kabul, non investe nelle pubbliche relazioni – un modello così diverso da un altro fattivo come Gino Strada, ad esempio – e anche una collaborazione con “La Repubblica” pare ormai abbandonata perché forse non rientrava nel cuore del suo lavoro. E nessuna appartenenza religiosa o politica affissa come manifesto, ma solo una indistruttibile fede nella capacità della persona.

Credo che il suo segreto sia proprio questa sua curiosità di fondo in quanto è capace di fare un ragazzo, una donna, un anziano, un ornai ex-combattente – uno qualsiasi dei suoi pazienti che arrivano al centro senza mani e senza gambe, senza vista e senza forza, senza volontà e senza futuro, avendo visto di tutto subito di tutto. Perché un ospedale in Afghanistan è il ricettacolo delle miserie dell’umanità, uno dei punti più bassi della privazione, e da ogni “senza” si lì può ricominciare tutto. In quegli ospedali, del resto, è come se ci fosse tutto il mondo, con il massimo grado di dolore ribaltato dal massimo grado del riscatto. Questo fisioterapista, avvocato mancato, manager della sanità pubblica in un paese per certi aspetti impossibile, è un altro “massimo grado”: di altruismo, dedizione, semplicità. Per questo ogni volta che vado a Kabul cerco di rendergli visita (quasi impossibile negli ultimi anni perché si resta confinati nei bunker diplomatici), e di farlo conoscere ad altri. Alcuni sono rimasti, per me inspiegabilmente questi delusi, dalla visita al suo centro, perché non ci sono proclami politici, spiegazioni suo massini sistemi, ma solo amputati di ogni età e protesi di ogni tipo, molti ex-pazienti che si sono trasformati in terapeuti o comunque collaboratori e, insieme a loro, questo italiano della provincia di Cuneo che arrivò a Kabul trentenne. Ciò che c’è da vedere e da ascoltare è proprio e solo questo.


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Averlo incontrato poche volte – credo quattro o cinque, ma nel corso di trent’anni – è uno dei modi con i quali conosco Aberto Cairo.

La prima volta andai dal suo centro a funzionario delle Nazioni Unite a Kabul, poi da funzionario europeo, da euro-deputato, e ancora da funzionario UE. Non sono mai state occasioni per stringere amicizia, ma per capire un lavoro che per me è una sorta di basso continuo del lungo conflitto afghano. E che non sia un “amico” rende più libero e meno condizionato il mio giudizio.

Lo conosco poi per il sentito dire dagli altri. La fauna degli espatriati di Kabul ha tempi e leggi proprie, ma Alberto pare sfuggire a ogni classificazione – non rientra tra i nomadi giramondo delle organizzazioni internazionali, né tra coloro che si trovano in Afghanistan per il buono stipendio, non ha niente del fanatico che si è vocato a un’identificazione totale col paese, non mostra i sintomi dell’attaccamento morboso alla guerra, non è tra i convertiti all’islam, non frequenta i ricevimento delle ambasciate e non sta lì ad aspettare le interviste dei giornalisti, e nessuno ha mai pensato che fosse una spia – a differenza di molti, con ogni genere di lavoro, in cui ci s’imbatte a Kabul. Tutti me ne hanno sempre parlato bene, anche se alcuni con un fondo di diffidenza per la sua scelta così diversa e inclassificabile, per questo suo essere senza macchia e fuori dal giro. Il diverso, che era già a Kabul quando gli altri arrivano, e che rimane a Kabul quando si riparte, un po’ come quelle rare suore restate sempre a Kabul, anche sotto i talebani, aiutate anche dal mullah del quartiere che le manda da mangiare, e chiamate nuranì: “illuminate, serene”, che ricordo qui perché sembrano essere tra le poche espatriate con le quali Cairo ha forse colto un’affinità. Ma lui non mette avanti nessuna croce.

Infine lo conosco per avere letto i suoi libri –“Mosaico afghano” e “Storie di Kabul”, editi da Einaudi, e il suo capitolo in “Meetings with Remarkable Muslims”.

Della vasta letteratura dedicata all’Afghanistan, alla quale anche io ho contribuito con tre titoli, i suoi libri sono per me le perle più belle. Perché, al contrario di quasi tutti gli altri scritti (compresi i miei), non indugiano fino allo stucchevole su quanto accaduto all’autore, sulle sue riflessioni / emozioni / avventure / concezioni politiche o altro, ma attraverso le loro pagine offrono agli afghani, di norma pazienti di Alberto, la possibilità di rivelare le loro vite. Ognuna delle quali è sempre più interessante ed eroica di qualsiasi impresa dello scrittore o diplomatico in viaggio in Afghanistan, o di quei giornalisti che, come Cairo scrive in “Storie di Kabul” convincono un amputato a rinviare l'operazione a quando tornano loro in modo da farne un servizio, o di quei medici che lavorano per i “vincenti”, “le organizzazioni che sanno usare politica, stampa e Tv, forti del fatto che dall'Europa è difficile conoscere la verità”.

Incontrandolo, si capisce al volto che quest’uomo rifugge da ogni tentazione di farsi un nome, di strumentalizzare l’Afghanistan per qualche ragione politica o personale. Il vissuto afghano offre già tutto e a questo si dedica, senza distrazione, raccogliendone sempre il lato “eroico o interessante”. Questo frammento, tra i tanti possibili, ne offre un piccolo esempio: “La cucina è vuota, ma la moglie finge e inventa, con niente, menù ogni giorno. Chiedendogli pure se ha preferenze. Magia e dedizione. Abdullah un giorno sorprende la figlia ad annusare un pacchetto di biscotti vuoto trovato sul ballatoio. E non ha un centesimo in tasca. Disperazione. Ma sua moglie riesce a tenere la casa, ormai senza mobili, pulita e calda. E sempre sorridendo. Col lavoro trovato qui la vita ricomincia. - Lei è il mio sole -. Si commuove quando lo dice. - E so bene che se fosse stata al posto mio, avrei fatto ben poco. Certamente mi sarei risposato; e in fretta. Ah, noi uomini! - Scuote la testa.”


Nel 2019 Alberto Cairo ha ricevuto la cittadinanza onoraria afghana – per un cristiano non è cosa da poco. Per lui si è parlato del Premio Nobel per la Pace, e per ora è arrivata la più alta onorificenza della Croce Rossa. Non mi risulta, tra i tanti nominati ogni anno, che sia stato fatto Cavaliere della Repubblica. Lui ha comunque visto da vicino il volto della vita e della morte per valutare la futilità dei tali premi. Dall’Afghanistan ha ottenuto molto di più, a pochi è dato di poter scrivere di essere “felice”: “Era la verità. Ricevevo mille volte quanto davo. Quella felicità andava tenuta stretta”. Da parte mia, mi tengo stretto, tra i tanti incontri donati dal viaggiare, di aver conosciuto un uomo così.


Niccolò Rinaldi


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