AFGHANISTAN, UN CAROSELLO DEL MONDO - Pressence, 9 giugno 2021




di Mariella Valenti

Niccolò Rinaldi, deputato europeo dal 2009 al 2014, attualmente Capo Unità Asia, Australia e Nuova Zelanda al Parlamento Europeo e precedentemente responsabile dell’informazione per l’ONU in Afghanistan, paese che continua a visitare in missione da anni e al quale ha dedicato tre libri.

Lo storico Arnold Toynbee definiva così l’Afghanistan, “un carosello del mondo antico”, perché grandi onde di popoli attraversarono questa regione dell’Asia. Nei tempi moderni truppe di eserciti hanno voluto imporre il loro dominio in questa terra di altopiani. È appropriata la definizione di Arnold Toynbee? Credo che Toynbee, che viaggiò in Afghanistan e poi anche in Bolivia cogliendo le somiglianze tra i due paesaggi estremi e assoluti, volesse dire che da sempre l’Afghanistan è stato un luogo centrale per la storia. Alessandro Magno fermò la sua lunga corsa poco dopo l’Afghanistan, dove lasciò sue colonie; il buddismo vi fiorì; la spiritualità vi ha trovato un luogo di costante ispirazione – dal sufismo ai monasteri segreti delle danze sacre di Gurdjeff, fino ad alcune confraternite islamiche tuttora presenti. I traffici di armi e il mercato della droga ne hanno fatto una delle piazze principali al mondo, e del resto questo “carosello” è anche il mercato dei cambi di Kabul, dove anche in anni nei quali internet non esisteva potevo cambiare qualsiasi valuta – corone danesi o dinari egiziani. L’Afghanistan non è mai stato colonizzato da nessuno, cacciò gli inglesi, è stato teatro di conflitti in forma indiretta tra russi e inglesi, poi tedeschi, turchi, persiani, e nuovamente sovietici e americani, e arabi, e presto anche i cinesi. Un ambasciatore europeo una sera a Kabul buttò lì una stima probabilmente discutibile ma che andrebbe valutata per bene: l’Occidente dal 2002 avrebbe speso circa duemila miliardi di dollari in Afghanistan tra operazioni militari e interventi umanitari. Una cifra che sarebbe pazzesca per un paese di questa taglia, ma già l’ipotesi dimostra che l’Afghanistan è tutto fuorché un paese remoto e periferico. Questo carosello è un centro del mondo. Una delle cause del disastro afghano sono stati il fondamentalismo e l’imperialismo, cosa ne pensi? Sono arrivato la prima volta in Afghanistan poco dopo il ritiro dei sovietici. Il paese era ancora traumatizzato da una devastazione di portata inaudita: villaggi decimati per l’avvelenamento dei pozzi, ribelli gettati vivi dagli elicotteri, torture sistematiche, orfani abbandonati a se stessi dopo che i genitori erano stati legati e schiacciati vivi dai cingolati dei carri armati. Una brutalità che aveva il suo contrappeso, con programmi d’alfabetizzazione anche forzati per le donne, espropri delle terre possedute dai latifondisti che spesso coincidevano con autorità religiose locali, un’enfasi mai conosciuta sull’educazione e tanti afghani che vedevano nel comunismo l’unica occasione per modernizzare un paese ancora troppo arretrato. In dieci anni di occupazione sovietica l’Afghanistan ha conosciuto il massimo grado della brutalità e dell’ottusità comunista. Spesso non si capisce quanto questo periodo abbia stravolto la società afghana per gli anni a venire. Nel 1990 in un colpo è passato a un altro estremo: anarchia della guerra civile, la lotta tra bande contrapposte di mujaheddin, il collasso di ogni struttura statuale. Poi nuovamente un salto brusco con l’arrivo pacificatore dei talebani, e l’estremo fondamentalismo che vietava alle donne di mostrare il volto in pubblico, che portava i ragazzini delle scuole ad assistere alle lapidazioni pubbliche negli stadi, che vietava quasi tutto con una serie di decreti senza precedenti in quanto a oscurantismo. Ancora una volta tutto fu spazzato via rapidamente nel 2001-2002, con l’arrivo degli americani, che portarono la gloria e le follie della loro presenza: una forma di liberazione e una di corruzione, soldi a gogò per pochi eletti e una superficialità nell’approccio inter-culturale che ha fatto disastri. Sono quarant’anni che gli afghani sono sballottati da tutti questi estremi così inconciliabili, eppure tutti applicati sulla loro pelle. Dal 1978 questo Paese non trova pace. Prima l’occupazione sovietica, poi l’anarchia e dopo l’arrivo dei Talebani che dal 1996 hanno portato terrore e morte con la loro violenza fondamentalista. Dopo l’attentato alle Torri gemelle del 2001, gli Stati Uniti hanno invaso l’Afghanistan, nell’ambito della guerra al terrorismo, con enormi contingenti militari che hanno prodotto uno stato di guerra permanente. Non ti sembra che l’Afghanistan, come ha detto un suo cittadino, sia “una disgrazia che sarà sempre iscritta , come una macchia oscura, nella storia”? Non credo alla parola “sempre” nella storia. Questa è la prima sfida per gli stessi afghani: sconfiggere ogni fatalismo pessimista. Realisticamente non è facile, ma è anche vero che questo paese ha conosciuto altre stagioni. Fino agli anni settanta c’erano perfino alcune presenze residuali ebraiche e per molti europei il viaggio in Afghanistan un antesignano di quello in Nepal – un paese di sensazioni forti e con le qualità straordinarie di ospitalità e di “carattere”. Non solo. Ancora oggi, girando per l’Asia, sento spesso nei confronti degli afghani una sorta di rispetto per questo popolo unico, sventurato ma che sa tenere duro. Ed è vero che nell’anticamera delle sale operatorie degli ospedali da guerra si vedono questi corpi di ragazzi straziati dalle esplosioni, che usciranno con amputazioni multiple e sfigurati – eppure mai uno che si lamenti, che imprechi: sempre una forza impressionante. Se questa energia fosse trasformata in impegno per una società coesa e volitiva, l’Afghanistan avrebbe tutte le ragioni per credere in se stesso. Dopo due decenni al comando centrale USA ha annunciato che il ritiro dei soldati statunitensi è stato completato. C’è chi dice che il loro ritiro porterebbe alla guerra civile, ma c’è già la guerra civile... C’è, c’era, e temo che ci sarà. A Kabul e nelle città vive un’intera generazione di giovani afghani che non ha mai vissuto sotto i talebani e difficilmente si abituerebbe a certi stili di vita. Ma la frattura città-campagne resta intatta e questo è forse il singolo maggior fallimento delle politiche afghane in questi decenni. Le armi abbondano, la “virtù militare” è radicata in una parte della cultura afghana. Ricordo due aspetti a questo proposito: alcuni landai, forme di poesia orale femminile afghana, dove le donne cantano ai propri mariti che accetteranno di condividere il letto con loro solo se gli porteranno la testa del nemico ucciso in combattimento; e un famoso alpinista italiano con il quale cenai in Pakistan anni fa che, con un fare insopportabilmente salottiero, pontificò che “queste teste di cazzo afghane aspettano sempre la migliore occasione per fare la guerra a qualcuno, e in mancanza di meglio la fanno tra di loro”. Le promesse della NATO, venti anni fa, “Pace e Libertà”, in che cosa si sono dissolte o erano solo “parole... parole”? L’Afghanistan migliore che ho conosciuto è stato quello del primo decennio del duemila. Si vedeva un alleviamento reale della povertà, le donne hanno avviato il loro riscatto, l’educazione e la sanità pubblica sono migliorate, le elezioni hanno creato una partecipazione entusiastica e convinta, addirittura tornavano i primi turisti. Tutto questo, non lo scordo, avveniva sotto al protezione della NATO. Ma poi, e qui la NATO ha una responsabilità limitata, sono di nuovo affiorati il nepotismo e la corruzione, cresciuta a dismisura con i tanti donatori internazionali, la minaccia dei talebani e poi anche di Daesh ha rintuzzato la NATO nelle sue basi, Kabul si è trasformata in una città con i palazzi del potere inaccessibili dietro gli alti muri di cemento armato di protezione (ne ho scritto nel mio ultimo libro, “Tappeti di guerra”), e il soldato della NATO è divenuto un’entità lontana e ingombrante per l’afghano medio, che resta ad aspettare mentre la sua strada viene chiusa per il passaggio dell’ennesimo convoglio blindato. Così rivive la storiella del Mullah Nasroddim, un eroe popolare che un giorno comunica felice agli amici: “Camminavo per strada e ho incontrato il corteo del re! E mi ha rivolto al parola! A me!”. “E che ti ha detto?”. “Levati di torno, imbecille!”. I Talebani sono stati “sconfitti” ma nelle aree rurali e nelle zone vicine al Pakistan sono molto presenti, i loro attentati terroristici arrivano anche a Kabul... In questi anni hanno acquisito maggior potere, hanno stretto alleanze, hanno denaro, uffici e sanno come comunicare, hanno cambiato addirittura la propria identità, imponendo la stessa logica repressiva. Si è parlato di un processo di “riconciliazione” che coinvolge i Talebani, cosa ne pensi? Riconciliazione è parola ambiziosa. Moltissimi afghani conoscono il lutto per le uccisioni dei talebani. La concezione della società tra i talebani di importazione pakistana e gli afghani delle città appare inconciliabile, soprattutto perché l’ideologia degli studenti islamici è un mondo difficile da decifrare. Ricordo un colloquio con due loro dirigenti a Kabul. Vestiti di banco impeccabile, parlavano con voce soave. A un certo punto menzionando il profeta Maometto, uno di loro si mise a piangere, commosso. Fuori dalla palazzina, quasi diroccata, di quell’incontro, di poteva vedere un paese con un sistema economico quasi liberale, una segregazione sessuale crudele, un’ossessione fanatica contro tutta una serie di aspetti della “normalità” – la musica, le fotografie, il gioco... Nessuno può attualmente dire quanto in questi anni i talebani siano effettivamente cambiati, e certo in parte lo sono perché la loro visione originaria della società afghana gli aliena consenso interno e riconoscimento internazionale. Ma questa non è conciliazione, nel migliore dei casi è compromesso forzato. Secondo te cosa vuol dire “fare Pace” quando non c’è giustizia. Come si può pensare una Pace” con individui che negano la “vita” alle bambine, che chiudono le scuole, che inneggiano allo stupro, che impediscono alle donne di vivere la propria femminilità, che hanno impoverito socialmente e culturalmente una intera generazione nata nella ? uerra e nella paura. Infatti non si tratta di “pace”, ma di resa. Condizionata, negoziata, non totale, ma pur sempre resa. Il negoziato c’è perché i talebani hanno ripreso il controllo di gran parte del paese e l’America è esausta di un impegno ventennale che non annuncia altre vie d’uscita. L’Afghanistan da troppo tempo non conosce né pace né giustizia, entrambe sono un lusso che non gli è permesso. La tentazione è di ottenere almeno la pace. Ma l’assenza di una percezione condivisa di equità, in un paese dove circolano armi in abbondanza ed è diffusa una cultura del combattimento, è probabile che porti rapidamente a ulteriori scontri. Si dirà: ma allora non se ne esce. Infatti da più di quarant’anni si è intrappolati in questa spirale. Oggi la produzione dell’oppio è in crescita, l’Afghanistan è il secondo paese al mondo e le donne , i bambini ed i giovani ragazzi sono le prime vittime. Conviene produrre oppio invece che piante per nutrirsi. È una vecchia storia, e spesso mi pare che in Occidente non si capiscano i termini del problema. Noi europei siamo una componente importante del mercato, siamo tra gli acquirenti. E in Afghanistan si possono produrre poponi e pistacchi, ma niente compete con la redditività dell’oppio. In paese allo stremo, è un guadagno troppo facile per non imporsi facilmente. Per andare oltre, il primo passo è la costituzione di un potere centrale e locale che sappiano controllare ciò che accade sul terreno e investire come si deve le risorse che pure ci sarebbero per creare una diversa economia. Ma è qualcosa che non si vedrà per chissà quanto tempo ancora. Secondo te l’Afghanistan è un Paese che odia le donne? Nessun paese “odia” le donne. Ma ce ne sono alcuni, come l’Arabia Saudita, dove la loro condizione effettiva è sottomessa a una cultura maschilista strutturale, condizione che non è presente in Afghanistan, dove abbiano ministre, deputate, governatrici, giornaliste, insegnanti, membri della squadra dei negoziatori delle trattative con i talebani. Ma la condizione della donna in Afghanistan resta schiacciata tra una società urbana che già negli anni settanta vedeva chiari elementi di emancipazione, e quella di un mondo rurale, soprattutto nelle aree, maggioritarie, dei pashtu, nelle quali prevale spesso una tradizione oscurantista e oppressiva. C’è il rischio di un tentativo di balcanizzazione che ipotizza una specie di stato federato? E un altro dei paradossi dell’Afghanistan, paese composto da gruppi etnici diversi, con lingue diverse, perfino una divisione tra sunniti e minoranza sciita, e una serie di paesi confinanti che potrebbero assumere il ruolo di madre patria dei vari gruppi. Il tutto in uno Stato debolissimo quanto a potere centrale, perfino inesistente per numerosi anni. Eppure, a nessun punto della sua storia l’Afghanistan ha rischiato di smembrarsi, mai i tagiki hanno cercato una ricongiunzione col vicino Tagikistan o gli uzbeki con l’Uzbekistan, o i pashtu con il Pakistan, o i turkmeni con il Turkmenistan, perché nessuno ha mai messo in discussione la comune identità nazionale afghana, il senso di appartenenza a questa galassia più che si fa la guerra ma non si sogna di dividersi. L’Europa considera l’Afghanistan un “paese sicuro” ed i rifugiati che avevano trovato un lavoro o una sistemazione vengono rimpatriati, così come i richiedenti asilo. È davvero un “paese sicuro?” Può esserlo stato in parte per circa un decennio all’inizio degli anni duemila, oggi non lo è. Punto e basta. Per molte ragioni. Gli attentati dei talebani e dell’ISIS fanno stragi di civili continuamente. Se poi si appartiene a categorie a rischio, come le donne impegnate nella politica, nel giornalismo o nell’educazione, oppure la minoranza hazara, il rischio è ancora più alto. Tra i mille tragici esempi, ricordo qua Malalai Maiwand, giornalista ventiseienne assassinata col suo autista a Jalababad lo scorso dicembre dai talebani – e anche sua madre, un’altra donna coraggiosa, era stata ammazzata in un attentato mirato. Il paese ne ha molti di questi eoi e queste eroine, di cui i nostri media non parlano mai., e che non sono mai al sicuro. Infine, in un paese come l’Afghanistan, è proprio tutto il concetto di sicurezza dell’avvenire – per la propria famiglia, per il futuro di un giovane – a risultare aleatorio anche solo per la costruzione di un percorso professionale. Ma l’Europa “dei Diritti”, non pensi che abbia tradito la sua credibilità nei confronti di coloro che chiedevano e chiedono tutt’ora accoglienza e protezione. Finora l’Europa non ha tradito l’Afghanistan. È stata molto più generosa di altri nel sostenere con ingenti finanziamenti la ricostruzione del paese; almeno un milione di afghani ha trovato rifugio in Europa, seppure per molti la corsa è ancora ferma nei campi di prima accoglienza in Grecia, mentre per altri è finita per soffocamento chiusi all’interno di un autotreno. Come europei abbiamo, altroché, le nostre contraddizioni, ma non abbiamo ingannato gli afghani promettendo chissà che cosa, né ne abbiamo fomentato le divisioni. Del resto, gli afghani, a differenza di altri, non hanno una cultura della lamentela, la loro fierezza gli impedisce di elemosinare un aiuto. Se lasciano il proprio paese, che amano al di la di ogni cosa, è per oggettiva paura o per assenza di un’idea di futuro. Ma raramente ho raccolto da loro recriminazioni verso l’Europa. Anche perché sono consapevoli che i primi ad averli traditi sono gli stessi afghani, che hanno avuto varie occasioni di ripartenza, non “dimenticati” dal resto del mondo ma sostenuti . Tuttavia ogni volta hanno, troppa parte della loro classe dirigente ha fatto il gioco delle interferenze straniere, come quelle pakistane, o sono state preda di una profonda avidità. Qual è il ruolo dell’Italia ad oggi e quale sarà in futuro? Roma è stato un punto di riferimento per i monarchici afghani, dopo che vi si stabilì in esilio fino al 2002 Haji Mohammed Zahir Shah, l’ultimo re afghano che pareva destinato a svolgere un ruolo importante nel dopo talebani. E dal 2002 l’Italia ha avuto una funzione significativa per un paese in fin de’ conti lontano e privo di interessi strategici diretti, ma dove pure abbiamo lavorato con una presenza militare con tanto di comando di una delle principali aree operative, per la ricostruzione del sistema carcerario e dell’apparato legislativo, per gli ospedali e le organizzazioni governative. Un ruolo che ha avuto i suoi costi, fino a due milioni di euro al giorno dato l’importo del finanziamento annuale di molte nostre missioni militari e civili. Si sarebbero potuti spendere meglio questi soldi? Probabilmente sì, ma sono chiacchiere da bar, le cose sono sempre più complesse di quanto non sembrino a prima vista, Quel che è certo è che con il ritorno protagonista dei talebani, il ruolo dell’Italia finirà in secondo piano, e l’”investimento” andrà in perdita. La migliore opzione per l’Italia, come per gli altri paesi europei, è rafforzare la dimensione comune dell’Unione Europea nel paese, plasmando una massa critica – finanziaria, ma anche politica ed etica – che sappia restare vicino agli afghani anche nei prossimi anni. Ne avranno bisogno. Ma questo Occidente ha mai fatto qualcosa di “buono” per l’Afghanistan... L’Occidente non è la terra promessa. Rivendico le mille cose buone e fattive che sono state fatte in Afghanistan e ricordo anche l’impegno di tanti europei che ho vi incontrato e con molti dei quali ho lavorato, fino all’olocausto personale di alcuni – perché Kabul e dintorni non è un salotto del jet-set internazionale ma una terra di sacrificio. Tuttavia col ritorno dei talebani l’Occidente sta fallendo. Ma prima dell’Occidente in Afghanistan hanno fallito il comunismo, l’America, lo stesso islam che non saputo dare una coesione e una visione serena alla società afghana e ha mostrato spesso delle pratiche orribili. Hanno fallito miseramente tutti i paesi vicini, anche il Pakistan che non ha mai mollato la presa ma mai ha elaborato un piano alternativo all’appoggio ai talebani. E ha fallito anche l’Afghanistan, col suo paradosso di essere una nazione fieramente indipendente ma che ha molto spesso dipeso da un padrino esterno e che oggi si ritrova al punto di partenza, divisa e armata fino ai denti. È come un ritmo dal quale non si esce e il se “abbiamo fatto qualcosa di buono” è una domanda da dopoguerra – e non ci siamo ancora.


Libri pubblicati “Islam, guerra e dintorni- viaggio in Afghanistan” L’Harmattan 1997 “Droga di Dio – Afghanistan, la società dei credenti” L’Ancora del Mediterraneo 2002 “Tappeti volanti”. Cinque storie fiorentine in Afghanistan” Millelire di Stampa alternativa

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