LA PROTEZIONE DI TIMOR EST. In un isola all'epoca della pandemia mondiale - Solidarietà internaz


Dili. Un caso, due casi, forse tre… I dati snocciolati dalle autorità sanitarie di Timor sembrano uscire da un contagocce – contagi, perché le vittime sono ancora zero, anche se oltre millecinquecento persone sono state poste in quarantena preventiva a casa o negli ospedali. Quanto agli studenti che erano a Wuhan e che sono riusciti a tornare a casa, accolti come reduci da una battaglia, la quarantena l’hanno avuta in Nuova Zelanda. All’aeroporto di Dili, l’unico del paese, passano in esame tutti i passeggeri in arrivo, mentre in città le raccomandazioni da seguire sono poca cosa: restare a casa se possibile, evitare assembramenti, non sputare, mangiare cibi cotti. Il colossale Cristo Rei, dall’alto dei suoi ventisette metri e dalla collina dove è collocato, guarda verso il mare, il mondo, e protegge i pochi abitanti di questo paese dove la pandemia è osservata con gli occhi di chi è abituato all’isolamento, di chi si trova sospeso tra Asia e Oceania, di chi è piccolo, fiero di una propria diversità linguistica, religiosa, storica; di chi ha ricordi recenti, più di altri, di restrizioni, tempi cupi, coprifuoco.

Trovarsi seppur brevemente a Timor all’epoca della pandemia mondiale è una strana immersione: anche qui la politica è tenuta sotto scacco dall’emergenza del virus, con una crisi di governo sospesa dall’emergenza, con tanto di dimissioni del primo ministro ritirate per far fronte al pericolo di epidemia e 250 milioni di dollari stanziati per evitare il peggio. Anche qui si avverte un’inquietudine diffusa e soprattutto uno sguardo preoccupato alla vista di uno straniero, poco importa se dai tratti cinesi od occidentali.

Soprattutto, cambia la camera ottica attraverso la quale si guarda al resto del mondo e a se stessi. Timor è piccola e con una popolazione piccolissima al cospetto dei giganti vicini, nemmeno un milione e mezzo di abitanti. Seppure sempre meno, si parla il portoghese e il cattolicesimo è un tratto forte dell’identità nazionale; si è lottato strenuamente contro l’occupazione indonesiana in quella che pareva una guerriglia dalla causa persa; e si è fondato il primo stato indipendente del ventesimo secolo, su basi solide per le risorse petrolifere, ma precarie per la conseguente corruzione, il nepotismo, la retorica della liberazione che da decenni tiene al potere la stessa cerchia di uomini (poche donne) politici.

Non mancano nella società timorese le visioni coraggiose, compresi due premi Nobel per la pace, perché questo è un paese forgiato dalla lotta e dalla cocciutaggine tipica di certi isolani. Nel frequente cambio di maggioranze parlamentari e di alternanza al governo – per lo più limitata a un’elite consolidata – si è discusso di tutto, dal micro-governo locale alle grandi scelte strategiche, come l’appartenenza alla comunità pacifica o a quella dell’ASEAN, il fondo per l’utilizzo dei proventi del petrolio (il 90% del bilancio statale), le rivendicazioni contro lo spionaggio dell’Australia e la riconciliazione con l’Indonesia. Su ogni progetto, ogni rivendicazione, prevale il sentimento di sentirsi ultima appendice dell’Europa spersa nella coda estrema dell’Asia. Non è un paese banale, Timor, e a suo modo tutt’altro che provinciale. Ma il Covid anche qui ha fatto irruzione spiazzando istituzioni e cittadini, con un piccolo impatto nella sanità pubblica ma rilevante sia per la politica che per il proprio posto nel mondo.

Cala il prezzo del petrolio, e quindi la sola fonte di ricchezza del paese, ma cala un po’ tutto: l’attenzione del mondo per i paesi più poveri, l’arrivo dei pochi visitatori (in una terra priva di turismo), la possibilità di essere ammessi nell’ASEAN, cala il sipario a Dili, e in un mondo improvvisamente sconvolto da un’’emergenza che ovunque è al tempo stesso planetaria e nazionale, e quaggiù ci si sente definitivamente irrilevanti: ovunque fa notizia qualcos’altro, certo non Timor. Eppure restano la povertà e la dignità, la corruzione e il gioco del potere, ma tutto si fa più piccolo, è difficile da spiegare ma a Timor come in mille altri lembi “periferici” di questo pianeta il Covid è vento che sbatte la porta di casa, la chiude, e ci sente più soli, ma pure più protetti.

Le abitudini non cambiano molto: si cammina per strada, si va alla spiaggia. Non ci sono più le mattutine adunate degli scolari nei piazzali delle scuole, l’alzabandiera dei funzionari pubblici, le discoteche alla buona, ma alla fine a Timor tutti si sono sempre sentiti un po’ solitari, come tutti gli abitanti delle isole, dove si parla, come altroché se non accade anche qui, un po’ piano del solito, dove il raro visitatore che pure parla portoghese è accolto con un tatto discreto che sfiora il massimo riserbo, dove c’è una memoria persa nelle poche strade della più piccola capitale dell’Asia, in un paesaggio che induce a cullarsi nell’introspezione: il mare quasi sempre uguale, i tramonti, il Cristo Rei, la messa domenicale, il Museo e l’Archivio della Resistenza come raro sussulto di un fatto epocale, e i libretti di poesia contemporanea locale, questi negozi con poche cose, l’essenziale, e le trame colorate dei tessuti locali, con le donne ancora al telaio – e non le importazioni cinesi.

Timor Leste è in realtà solo la metà di un’isola, appunto la parte Est, ma troppe cose da secoli si sono messe nel mezzo con la parte indonesiana. La saudade portoghese viene qui moltiplicata con la geografia delle estremità oceaniche e della povertà: nessuno viene mai a Timor, e ora, col virus, ancora meno. Ma questa porta chiusa diventa anche la protezione dalle cattiverie globali, dall’oscuro virus e dalle misure che sconvolgono il resto del mondo: qui, appartati, ci si sente più al sicuro, si è al riparo dai grandi stravolgimenti. Altrove, in Occidente, si discute che il dopo pandemia affermerà un nuovo ritmo di vita, una maggiore stanzialità, un passo indietro della frenetica mobilità globale, una riscoperta della dimensione domestica – economica, culturale, riflessiva. Sono doni che a Timor sono sempre stati avvertiti come limiti, svantaggi e ora si rivelano come approdi già raggiunti. E così anche dove non vi sono vittime e i contagi si contano sulla punta delle dite, il mistero di un virus lontano muta ogni prospettiva e perfino qui delinea un futuro tutto da scoprire e incerto, che nemmeno si capisce se porterà qualcosa di buono o di cattivo.

Niccolò Rinaldi

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