SEYCHELLES, DOVE IL TURISMO CANCELLA LA MISERIA - Solidarietà internazionale, gennaio 2019

March 11, 2019

Victoria. - Messe là, in mezzo all’oceano, le Seicelle sembrano come quelle ragazze riservate e tutte da scoprire, belline da morire e tranquille. Il turismo chic se n’è già appropriato da tempo, ma con garbo: costà non c’è sfoggio di catene alberghiere a cinque stelle, ristoranti glamour, macchine costose, motoscafi e sciatori sull’acqua. Nemmeno ci sono paradisi fiscali, yacht, sedi di strane banche. Sarà la natura granitica, lo scuro che affiora nella terra, la montagna che sale ripida, ma alle Seicelle niente hanno da spartire con gettonate isole caraibiche e ci si ricorda che siamo al largo, sì, ma al largo dell’Africa.

A Mahé, la principale delle varie isole dell’arcipelago, come da copione c’è un’unica via principale, che gira tutto intorno alla costa, un anello collegato da un paio di strade che s’inerpicano sulla montagna e poi ridiscendono dall’altra parte. Sono scorciatoie che permettono di addentrarsi nelle foreste interne, alcune tutelate da un parco nazionale, su pendici dove vi sono piccole piantagioni di tè. C’è anche una “fabbrica del tè” assai artigianale, la cui visita permette di capire le  varie fasi di lavorazione delle benedette foglie che dal Ruanda al Kenya, fino allo Sri Lanka e poi alla Cina e al Giappone, fanno tappa in questo avamposto in mezzo al mare.

La varietà del tè è la stessa linea che unisce i popoli approdati alle Seicelle nel corso dei secoli: indiani, cinesi, africani della costa che arrivarono come schiavi, ai quali si aggiungono i creoli di discendenza francese e quelli di derivazione britannica. Ma ogni varietà, anche quella che improvvisamente sorprende, come l’immenso tempio induista a Victoria, con tutte le sue statue multicolori così incongruenti nell’altrimenti sobria architettura della capitale e dintorni, viene stemperata dall’aria sonnacchiosa di queste isole - silenziose, pacifiche, dove perfino un mercato è così calmo. E alla tazza di tè si accompagna il bicchierino di rhum, per chi lo ama, altro liquido prodotto artigianalmente e da tempo, come alla distilleria La Plaine.

 

Insomma, si è ammaliati dall’assenza di enfasi – l’unica cosa netta, forte, è la pioggia equatoriale quando arriva torrenziale. E se anche il museo nazionale è una costruzione in legno semplicissima, va da sé che la Storia qui è passata con moderazione. La stessa seconda guerra mondiale si affacciò di striscio, il grande contributo locale fu più che altro una base di idrovolanti – roba perfetta per restare in stile con l’aspetto poco aggressivo di questa geografia.  La guerra fu conosciuta soprattutto dai coscritti che andarono sul fronte italiano e che vi tornarono rafforzati nell’idea che in mezzo all’oceano si vive meglio che nel cuore dell’Europa. Di fatto, le Seicelle non hanno mai conosciuto una battaglia in tutta la loro storia, invidiabile primato.

Come il passaggio della guerra degli altri, così quello degli altri “grandi eventi”: nelle isole, in genere, è tutto più lento, si parla a un volume più piano che altrove, e con questa cadenza anche l’indipendenza arrivò più tardi, i successivi colpi di stato nel gioco della guerra fredda furono poco cruenti, così come il graduale passaggio a una democrazia pluralistica che arrivò da sé, come un frutto maturo che cade dall’albero, con la fine dell’Unione Sovietica.  Sarà anche perché nel meno popolato dei paesi africani, probabilmente tutti si conoscono tra loro, almeno in ciascuna delle oltre 150 isole (la maggior parte delle quali disabitate); poi, come spiega un giovane deputato, qua non contano il censo, il denaro, la professione, la religione (molti cattolici, minoranze protestanti e induiste), l’appartenenza politica, o altro: la posizione sociale è dettata dal colore della pelle, con tutta una gerarchia cromatica che va dai “blu” ai bianco-rosa”. A occhio nudo, però, le differenze manco si vedono un granché – “ma”, mi si assicura, “ci sono, altroché”.

 

Il copione da paradiso equatoriale viene scompaginato anche dalla strada che porta alla capitale: più volte al giorno diventa un’interminabile fila di automobili. Sconosciate le doppie corsie, ma ormai con tutti gli abitanti proprietari dio una macchina, poco pratici gli scarsi mezzi pubblici, tutti si spostano sulle personali quattroruote. È un indizio visibile che qualcosa non torna, oltre le spiagge da cartolina delle Seicelle: e a vedere i dati, viene fuori una società percorsa da fremiti privati e drammatici – l’alcolismo, la violenza domestica, un’autoreferenzialità tipica delle isole ma che qui, così lontani dalle coste continentali e così figli di fin troppi continenti diversi, diventa quasi ossessiva.

 

Ma senza esagerazione, perché una forma d’equilibrio è sempre mantenuta. E più si osservano le Seicelle, più si pensa all’isola d’Elba: stessa altezza delle montagne (900 metri circa), stesso verde, stesso rimbattersi di continuo nell’azzurro del mare, stesse costruzioni lungo la costa o arrampicate sulle pendici, quasi la stessa forma di Mahè. Anche la storia – Napoleone versus i britannici – hanno lasciato vestigia che un po’ si citano a vicenda. Somiglianze che non si spingono oltre, perché qua, all’Equatore, tutto è più sottolineato dalla quella forma di vertigine che è la lontananza.

 

E anche qui, su tutto, passo passo, quasi inavvertitamente, è arrivato il turismo, che ha cancellato la miseria: non solo perché assorbe un lavoratore su tre e costituisce il 70% delle valuta pregiata, ma soprattutto perché ha aperto le isole al resto del mondo, esponendole a una leggera forma di contaminazione, quasi benefica – soprattutto osservando la diffusa sostenibilità delle poche infrastrutture. L’aeroporto continua a essere, ancora oggi, quasi senza tetto, con una forma di aerazione naturale; le auto che si noleggiano sono piccole utilitarie; i complessi alberghieri sono per lo più ben costruiti; le spiagge restano silenziose. Su di una, ai piedi di un albergo, è stato allestito il “teatro” di una cerimonia nuziale locale: una trentina di seggiole disposte intorno a una tenda, il tutto con l’orientamento verso il sole che tramonta – che stile, nessuna pacchianeria, tutto pare come un velo di garza indiana.

 

Alla fine, le montagne delle Seicelle, le spiagge delle Seicelle, la sola vera strada delle Seicelle, il matrimonio alle Seicelle, portano sempre al mare. Tanto da lrieggere, in silenzio, una storia africana.

 

“Il tramonto del sole ossessionava il re. Come lui, le generazioni precedenti s’erano chieste: dove scompare il sole verso sera? Perché si occulta, di quali segreti non vuole parlarci? Il re osò quanto gli avi non avevano potuto. Scelse i più giovani e forti dei villaggi e li incaricò si seguire il sole quando cominciava la sua traiettoria discendente. Che scovassero dove si nascondeva, che svelassero quali terre voleva illuminare gelosamente, indisturbato dagli sguardi indiscreti degli uomini. L’ordine fu perentorio, come sia addice alle imprese estreme: non potevano tornare indietro se non avevano visto con i loro occhi dove si nascondeva il sole, pena la morte.

Il gruppo partì poco dopo mezzogiorno. Mai viaggio ebbe orientamento più facile: la strada era una semplice parabola tracciata dal movimento dell'astro. Ma non poterono stargli dietro quando sopraggiunse il crepuscolo e il sole si abbassò oltre la collina. Fece buio senza che gli uomini avessero potuto scoprire dietro quale angolo si fosse celato. ‘Lo aspetteremo qui, disse uno di loro, non tarderà a riapparire, il sole non ci hai mai abbandonato, ci perdonerà di averlo seguito per tutto il giorno’. Passarono la notte in un’attesa trepidante, che si sciolse alle prime luci dell’aurora: il sole stava tornando, come sempre dalla direzione opposta a quella scelta per congedarsi la sera prima. Riprese il cammino degli uomini, e attraversarono colline e pianure, pianure e colline. Molte notti dovettero passare all’addiaccio, e incontrarono perfino i paesi coperti di neve, quel manto soffice e freddo, che non si lascia toccare dalla mano se non dileguandosi e di cui gli anziani raccontavano qualcosa al villaggio. Qualcuno pensò di portarne con sé un poco – durante il giorno, sotto il caldo forte, sarebbe stata un refrigerio prezioso – ma la strana materia non amava il contatto con l’uomo, e preferiva sciogliersi piuttosto che farsi acciuffare. Ci furono molte altre avventure e incontri nei quali i giovani uomini s’imbatterono. Non persero mai di vista il solo scopo del viaggio; però il sole ogni sera era più veloce di loro, non si lasciava acchiappare – come accadeva con la neve, pensarono. Il cammino era già durato settimane, quando un giorno tutto parve ricominciare da capo nell’esistenza dei viaggiatori. Oltre una distese di palme, si trovarono su una striscia di sabbia e davanti ai loro occhi si dischiuse una visione indicibile: l’acqua si distendeva oltre ogni limite, ed era azzurra. La terra sembrava essersi ritirata, come qualcuno che non avesse più niente da fare e da dire. Già avevano sentito parlare del mare, ma i racconti erano stati imprecisi e contrastanti. Una cosa era certa: nessuno aveva mai valicato quel limite che era stato posto per fermare le ambizioni degli uomini. Erano i primi uomini del villaggio a vedere il mare, e l’emozione fu pari alla paura di non essere più capaci di proseguire il viaggio. Era stato il sole a condurli fin lì. E il sole, lentamente scendeva sulla linea del mare. Finalmente compresero che non c’era terra misteriosa che il sole voleva illuminare lontano dalla cupidigia degli uomini. L’acqua del mare era fresca ed era l’unico luogo dove il sole poteva trovare riposare dopo la giornata di luce, di calore portato sulla terra dai suoi raggi. Il sole si adagiò sul mare, s’immerse, e il mutamento del suo colore significava che la palla di fuoco trovava finalmente un poco di riposo. Il mare esisteva per il sole, non per gli uomini. Era ancora notte quando presero il cammino del lungo ritorno, rassicurati.”  

 

Ecco. Per questo alle Seicelle non sono mai stati grandi esploratori, ma solo, tutt’al più, grandi pescatori. Perché l’Africa non ha visto i propri oceani come un’opportunità, ma come la frontiera del proprio spazio. Luoghi come le Seicelle diventano allora non il punto di partenza per qualche altro mondo, ma l'avamposto limite oltre il quale non si procede: la frontiera dell’attesa, un luogo dove il tempo batte il ritmo della resa. È nelle isole che l’identità di tutto il continente si definisce ritrovandosi, come sempre alle estremità, con il suo vero volto.  Al cospetto dell'immenso oceano, pochi metri di terra condensano secoli e geografie in un lembo di terra in balia del mare: l'isola è il frammento, il dettaglio che parla per tutti, luminoso o cupo a seconda delle latitudini e della storia. Alle Seicelle non ci lamentiamo: la perfezione non è di questo mondo, le ombre di vari tipi di oscurità scendono anche qui, ma quanto offre questo  “frammento d’Africa” in molti lo possono solo sognare.

 

Niccolò Rinaldi

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