“Aiutiamoli a casa loro”: CI PENSANO LORO CON LE RIMESSE - Solidarietà internazionale, ottobre 2018

October 4, 2018

 

 

Città del Guatemala, Antigua. - Il mantra “Aiutiamoli a casa loro” è infallibile, è uno di quelle frasi che capiscono tutti, che accontenta tutti, migranti e solidari, razzisti e cooperanti. Ma è spesso frainteso, altroché. Non solo perché quella “casa loro” è concetto che andrebbe approfondito, un luogo dai contorni pochi definiti, un mito a volte, e non un punto di partenza che davvero qualcuno si è preso la briga di conoscere. Ma anche perché il miglior modo di “aiutarli a casa loro” è, di fatto, farli venire qua. E non è un paradosso, è l’infallibile legge delle rimesse dei migranti.

 

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Tra aiuti allo sviluppo in loco e flussi delle rimesse non c’è partita. Dei tanti dati eloquenti presentati da Barbara Bonciani nel sui illuminante “Rimesse dei migranti e processi si sviluppo” (Franco Angeli), ne citoo uno: nel solo 2015 sono arrivati al Senegal 279 milioni di dollari dalle rimesse dei migranti in Italia, solo da loro; viceversa, per l’intero periodo 2007-2013, sono arrivati in Senegal 347 milioni di euro dall’intero Fondo di Sviluppo Europeo. Una divergenza eclatante tra risorse private e contributi pubblici. Si confronti poi questo elemento con la bibliografia in coda al libro: non sarà esaustiva, ma è una delle più complete disponibili. E si constaterà quanto pochi sono ancora gli studi, soprattutto in Italia, sul fenomeno delle rimesse, così pochi al cospetto dei volumi finanziari coinvolti. Si aggiunga l’assenza della questione delle rimesse dal dibattito politico: nel tanto dichiarare e chiacchiericcio sul tema delle migrazioni, non vi è quasi nessuna riflessione istituzionale o semplicemente politica. Sono cose che si dovrebbero capire al volo, in un paese che per quasi un secolo ha avuto intere parti del suo territorio tenute in vita dalle rimesse dei nostri emigranti. E invece siamo in presenza di una colossale svista, di una colpevole negligenza. Non ci si rende conto di cosa sta accadendo, del valore in atto, oltre che potenziale, costituito dai flussi finanziari attivati dal lavoro dei migranti. Un “non-detto” che la dice lunga sulla sottovalutazione del fenomeno.

 

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Nell’”aiutarli a casa loro”, le rimesse non si pongono ai margini del problema, non costituiscono un aspetto settoriale – al contrario, i trasferimenti dei migranti verso casa sono un vasto intreccio di microstorie personali e di mega flussi, interessi palesi e occulti, tanto che per affrontare presente e futuro delle relazioni nord-sud basterebbe concentrarsi sulla metodica analisi del libro di barbara Bonciani. Oppure fare un paio di visite, qui in Guatemala. Entro nell’anonimo “Beauty Center” nel centro della capitale, in una piccola galleria commerciale, pulita e moderna, sul corso principale pedonalizzato. Non trovo il nome del locale, è un barbiere. Tre seggioloni, pareti a specchi, sui muri alcune fotografie di modelli con capigliature alla moda, e personale con grembiule uguale, la livrea del negozio. Sul bancone, i soliti attrezzi del lavoro. Niente di speciale, ma non sono il solo cliente, l’attività pare ben avviata. Esco dopo meno di mezz’ora, coi capelli tagliati e l’eredità della conversazione, leggera come sempre sugli scranni del barbiere, con uno dei tre soci del negozio: tre ragazzi, più o meno, da quanto ho capito, imparentati tra loro. Grazie al “Beauty Center” sono rapidamente entrati in una sorta di classe media, di piccola borghesia guatemalteca. Devono guadagnare discretamente perché il fondo è ben piazzato nel centro della città, e soprattutto perché non hanno debiti con la banca: il capitale per aprire la loro attività è arrivato con i risparmi dei familiari emigrati negli Stati Uniti, tra i quali due di loro tre che così sono tornati. Nessun microcredito statale, nessun programma di aiuti allo sviluppo dell’ONU o dell’UE per sostenere start-up, avrebbe realizzato altrettanto velocemente il loro sogno.

Dopo meno di due ore mi trovo in un’altra città, la storica Antigua Guatemala, gioiellino urbanistico ereditato dal barocco coloniale, con le strade a ciottoli, la chiesa con dentro un concerto di musica classica, la piazza vecchia e affollata, il museo degli antichi volumi ecclesiastici, i mercatini ricolmi dei tessuti artigianali del Guatemala. Turisti a iosa, con caffè e alberghetti diffusi negli antichi palazzi coloniali. Bellina, e consumistica, questa Antigua sito UNESCO.

Quasi all’angolo con la piazza principale c’è un negozio di artigianato: amache, scialli, saponette, confetture, scatolette dipinte, succhi di frutta – tutto sbandierato “organico”, “biologico”, “fatto a mano”. Tutto esposto con la cura di valorizzare i dettagli e di creare un ambiente, oltre che una vetrina, che fanno del negozio un posto piacevole, un piccolo salotto alternativo e di tendenza. Radice e prodotti del Guatemala, ma concezione occidentale – Greenwich Vllage, Berlino, Amsterdam o che so io. Anche qua, non ci vuole molto a parlare con la ciarliera proprietaria, la baracca è stata messa su con un capitale familiare frutto delle rimesse. Un capitale doppio, in questo caso: non solo i soldi per l’investimento, ma anche lo stile del negozio, d’importazione ma adattato.

Ma in quante altre cose mi sono imbattuto in Guatemala che sono state realizzate “a casa loro” grazie all’essere andati “a casa nostra”? Se avessi chiesto un po’ di più in giro avrei trovato molte altre tracce di come sono stati utilizzati gli oltre sette miliardi di dollari che nel solo 2016 sono piovuti in questo piccolo paese in forma di rimesse – il 90% dagli Stati Uniti. “Qui tutti hanno nella famiglia qualcuno che è emigrato”, dice questa ragazza di Antingua. “In genere il primo modo con il quale vengono utilizzate le rimesse è l’acquisto di cibo, poi la casa, e poi, prima di investire nell’educazione, si crea il capitale per aprire un’attività commerciale”. A quel punto comincia il “ritorno a casa”.

Le rimesse sono per il Guatemala – o per il Tagikistan, o per il Lesotho… - molto più delle riserve auree nazionali, molto più degli investimenti dall’estero, molto più di quanto arriva dal turismo. Hai voglia a dire che devono stare a casa loro, a costruire muri alla frontiera tra Messico e Stati Uniti o nel Mediterraneo, il flusso di capitali è così imponente che di fatto si è creata una dipendenza fenomenale. Per paesi come il Guatemala ne va della stessa stabilità politica. È una dipendenza non più nel bilancio di una famiglia o di un villaggio, ma investe l’insieme della politica, il grado di impegno o di indolenza dei responsabili istituzionali. Per un governo sapere di poter contare sulle rimesse diventa come un giacimento petrolifero, seppure senza la corruzione che questo può generare; un effetto pigrizia che facilmente contagia governi e stessi beneficiari.

 

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C’è molto da fare, come segnalano anche le comunità di migranti in Italia, “per aiutarli a casa loro”. Nel suo libro, Barbara Bonciani, come chiunque si sia occupato di rimesse, mette l’accento sullo sproporzionato costo del trasferimento dei risparmi nei paesi dii origine. Per quanto le commissioni operate dalle poche agenzie private sul mercato siano in calo, il regime di oligopolio se non in certe località di partenza o di destinazione, di monopolio, permette di fare una cresta che può cavalcare la soglia della speculazione e dell’abuso. Possibile, in un’Europa tanto attenta ai sani principi della concorrenza, che si tolleri una tale situazione? Una fetta impressionante di denaro, frutto di lavoro effettuato nei nostri paesi, finisce nelle tasche di istituti finanziari che sanno fare bene ii loro interessi. Se nessuno è ancora intervenuto su questo abuso, lo si deve soprattutto al fatto – è così – che le vittime sono non cittadini europei: i loro diritti di consumatori valgono quel che valgono. Ma non solo: le poche agenzie attive in questo mercato oltre ai loro interessi sanno anche fare bene il loro lavoro, trasferendo denaro in poco tempo e con procedure ridotte al minimo. Un intervento del legislatore, l’ingresso di nuovi soggetti nel mercato, le prime forme di cooperazione già avviate tra autorità postali o istituti di credito e i Money Transfer Operators, per riuscire a fare breccia, abbassando le tariffe, dovranno saper offrire altrettanta rapidità e semplicità. E non è detto che ci riescano sempre. Si legga con attenzione quanto scritto a proposto dall’autrice, perché in alcuni progetti già avviati vi sono risposte importanti – importanti proprio nel senso che permettono risparmi milionari offrendo la qualità del servizio richiesta dal migrante

Inoltre, tornando in America Centrale, la mappa delle rimesse coincide con quella del mondo. Nessun paese, in partenza o in arrivo, ne è escluso. Non così però per la mappa delle “Rimesse collettive”, delle risorse veicolate dal nord al sud vincolandole a un progetto condiviso a beneficio della comunità d’origine. È un modo diverso di inviare risparmi dal nord al sud, non più su una base individuale, ma, almeno in piccola parte, attraverso un accordo, appunto, collettivo. C’è chi da tempo ha intrapreso questo cammino promettente, come il Messico che ha offerto un “tre per uno”, ovvero un dollaro di aiuto federale e uno di aiuto statale, per ogni dollaro inviato dai migranti purché nell’ambito di un progetto di sviluppo nella comunità di origine. Anche in Italia – il Comune di Milano, qualcosa in Toscana, e ancora – vi sono o vi sono stati incentivi a fortificare un uso non solo privato ma più comunitario delle rimesse. Il che, applicato, ai giganteschi volumi finanziari in questione, potrebbe cambiare la mappa degli aiuti. Anche in senso di ownership dell’aiuto, trattandosi di denaro guadagnato dai lavoratori migranti e non elargito dai soliti “donatori”.

 

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L’ultimo avvertimento riguarda l’assalto alla diligenza che è sempre in agguato. Dall’entità dei problemi, spero sia chiaro a ogni lettore, che l’immenso volume finanziario mosso dalle rimesse non può essere lasciato in balia dell’oligopolio dei MTO e di un rischio di eccessivo spontaneismo; esso  deve costituire una delle forme di cooperazione nord/sud ed entrare, ad esempio, nelle disposizioni del prossimo partenariato ACP/UE. Ciò di cui parliamo è troppo importante per essere lasciato alla sua casualità – tra alti e bassi e dei flussi, dipendenze familiari, comunitarie e addirittura sistemiche, approfittatori, e lavoratori emigrati che diventano quasi dei martiri perché a loro è affidato un compito sproporzionato (anche oltre un  terzo di un PIL nazionale…). Le tante idee che direttamente o implicitamente balzano fuori alla lettura del libro di Barbara Bonciani sono altrettanti possibili progetti di intervento per mettere maggiormente a frutto questi flussi. Ma con una linea rossa: che nessuna entità statale o sovrastatale pensi di scoprire la cuccagna d’oro e mettere le mani sulle rimesse degli emigrati per tassare, imporre, condizionare, burocratizzare, in una parola sottrarre, o subordinare a chissà quali procedure i frutti di una lavoro individuale.

L’incontro tra istituzioni, l’abbassamento degli interessi nei trasferimenti, il ricorso alle rimesse collettive, la diffusione e incentivazione delle buone pratiche, e altre forme virtuose di valorizzazione di messa in sicurezza di questo denaro, è un lavoro che deve richiedere attenzione e rispetto per il sudore che sta dietro questi guadagni. Perché c’è anche il timore, che alcuni migranti più consapevoli già avvertono, che un giorno qualcuno ci voglia mettere le mani sopra, imbrigliando queste risorse a meccanismi che potrebbero anche voler aiutare, ma forse no.  Se questo accadesse, si stia certi che, come sempre, il migrante saprebbe trovare un’altra strada per sostenere chi ha lasciato a casa. Perché alla fine, è sempre tutta una questione di casa.

 

Niccolò Rinaldi

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