PANAMA, BELLA E “OPACA” COME UN “PARADISO”. La suggestione di mistero, d’illegalità, di una bandiera issata su uno yacht per nascondere i veri proprietari, la patria dei “Panama Papers”, “fogli” che hanno fatto tremare il mondo - Solidarietà internazionale, gennaio 2018

March 12, 2018

 

 

Città di Panama. - Per molti anni, da bambino, “panama “ era parola ricca di suggestioni sfuggenti. Un nome soffice, più morbido di “co-to-ne”, tutto tondo con le sue tre sillabi bilettere in a, pa-na-ma, con la variante accentuata da ancor più esotico arcano “pa-na-mà”. E una bandiera che i bambini mettono tra le loro favorite, un po’ da circo un po’ da soldatini dei balocchi, bianco rosso blu a scacchi e stelle. Quella bandiera che si vedeva sventolare su tante navi dei nostri porti, le barche dei ricchi e i bastimenti dalle merci poco chiare, panfili che nascondevano proprietà e provenienze dietro quella simpatica di bandiera e quella scritta a poppa, così incongruente in pieno Mediterraneo, “Panama”, quasi un certificato di origine non controllata. E c’era pure il cappello, il panama con le tese bianche e il materiale leggero trapuntato, roba da uomini eleganti e paesi caldi, con una certa idea di potere e di classe. Infine il canale, un mito dei grandi viaggi, della geografia, delle costruzioni umane, un caso unico al mondo per gli accordi sulla sovranità del canale. Agli occhi del profano, un’impresa, tanto grandiosa e complessa quanto oscura – come il resto in questo piccolo paese piazzato lì, al centro e nel punto più stretto delle Americhe.

Quarant’anni dopo, il nome “Panama” riveste la stessa suggestione di mistero, d’illegalità, di associazioni mentali e materiali che vanno in ordine sparso da un cappello da film all’allegra ma sospetta bandiera di uno yacht. La saga delle assonanze poco raccomandabili si è arricchita con i “Panama Papers”, “fogli” da far tremare il mondo che conta o forse no, altra vicenda oscura nella sua genesi e nelle sue conseguenze. Tanta opacità è confermata dallo status di “paradiso fiscale” - altra definizione carica di ambiguità. Panama si ritrova così, per l’OCSE, in una “lista grigia”.

Grigio è anche il cielo che trovo a Panama, soggetto ai capricci dei Caraibi, con la pioggia fitta e il sole che si alternano aprendo e chiudendo le visuali di una terra rivestita di stranezze. Il benessere rigurgita da tutte le parti, Città di Panama, “Panamà” come si dice costà – è un ammasso di grattacieli alcuni die quali ultimo grido sulla linea della costa, verticalità opulente in cui abbondano insegne luminose di banche e altre più discrete targhette di avvocati e società dai nomi più svariati e innocui. Le strade del centro sono un’estensione nord-americana – pulite, ordinate, solcate da fuoristrada e auto certo non utilitarie, assenza di negozi, una vita non di strada, appunto, ma tra le quattro pareti di uffici che sembrano non temere a concorrenza. Che a Panama ce ne sia in abbondanza per tutti, se ne ha la conferma alla marina, dove i club nautici e i panfili alla fonda fanno bella mostra di sé, appena un gradino oltre la sede della società, qualche chilometro di strada panoramica lungo il mare, tra il verde attorno, un passo tra una transazione e una regata caraibica, l’una e l’altra al riparo della famosa bandiera.

Non interessa più a nessuno. Si cerca di incentivare in tutti i modi il turismo diffuso in un paese ricco di biodiversità, con paradisi che non sono solo fiscali ma anche naturali, di spiagge e di montagne, botaniche, faunistiche. Ma lascerei in disparte il “patrimonio umano”, perché non sarà a Panama che si va alla ricerca della storia, della civiltà. Se un imponente retablo d’oro del centro della città fa ancora sfoggio di sé, se qualche vestigia coloniale rimane in mostra tanto per diversificare l’offerta al visitatore, tutto il complesso “Mi pueblito”, vestigia di un antico nucleo della capitale d’altri tempi, con scuola, chiesa, abitazioni, museo dei paramenti, è in decadenza. “Le autorità non investono più nella conservazione delle nostre tradizioni, qua non viene quasi più nessuno, al massimo ogni tanto un ricevimento di matrimonio”, dice sconsolato il venditore del negozietto di prodotti artigianali. Oggettini che hanno tanto l’aria, e spero di sbagliare, di “made in China”, come del resto viene a pensare anche per i famosi cappelli “panama” che è ancora quanto di meglio ci sia da portarsi a casa per chi abbia l’allure di saperli indossare come si deve.

Quel che c’è da vedere, insomma, è al chiuso delle società panamensi che qui si trastullano col principio della fiscalità territoriale, così comodo, così semplice in apparenza: pago solo per le attività svolte nel territorio nazionale, e per i profitti all’estero con una ditta che ha sede in questo bengodi, niente è dovuto, niente – è così semplice, così comodo.

Come lo è il canale, questo taglio netto che tiene insieme il paese, ne ha decretato la costante fortuna, l’universalità del nome. A vederne il meccanismo, la regolare scansione delle navi che sostano in fila e poi avanzano legate da funi che le collegano alle piccole locomotive su rotaie che ai fianchi del bacino fungono da accompagnatrici, il riempimento e svuotamento delle fosse, la colossale massa delle mastodontiche porte delle chiuse, il lento e magico “passaggio” che attraverso paesaggi diversi mescola le acque dei due grandi oceani del pianeta, e contemplare questo prodigio non si capisce se è stato più grandioso e folle realizzare l’opera oppure soltanto averla immaginata. Oggi che Panama ha raddoppiato le piste e ha ottenuto la piena sovranità di questa striscia che per un secolo ha è stata soggetto ad un altro unicum giuridico, il successo resta intatto. Lo confermano i progetti della concorrenza – Nicaragua che ha assegnato ai cinesi la concessione per la costruzione di un canale alternativo, la Colombia che vuole realizzare un canale “secco”, ovvero una linea cargo ferroviaria ad alta velocità tra di due oceani, i piani per sfruttare meglio Suez a dispetto di Panama; tutti (per ora pii) desideri di entrare nel redditizio business delle scorciatoie oceaniche. Ma basta una vista al Museo del Canale per capire che per una cosa così ci vogliono uomini grandiose, tecnologie immense, fallimenti (come il primo coraggioso tentativo francese, il cui esito contribuì non poco alla decadenza dell’influenza oltreoceano dell’intera Europa), capitali, grandi società, vite umane, logge massoniche, interessi multinazionali, identità di un popolo.

Tutto questo è Panama, l’unico paese al mondo che si chiama con una parola che è il nome di uno Stato ma anche un innocuo sostantivo. Due in uno, come l’inizio di una scatola cinese.

 

Niccolò Rinaldi

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