L'ALTRA FACCIA DEI CARAIBI - Solidarietà internazionale, agosto 2017

December 4, 2017

 

Terra di mezzo fuori dalla miseria e ancora alla rincorsa di un vero benessere diffuso. Una società e una comunità che non sanno dove andare. Tentati costantemente dal mito degli Usa

 

Trinidad - Prima la “cattedrale”, pietra miliare dell’antica colonizzazione, l’edificio più cogente dei valori affermati dalla vita nuova di queste isole allo sbarco dei conquistatori. Poi, in perfetta continuità urbanistica e di potere, il giardinetto all’europea con il centrale monumento a Colombo. Nessuna enfasi: il parco è piccolo e tenuto male, e il circostante traffico ricorda che la gente costà ha altro a cui pensare - come dappertutto. Magari senza sapere dove andare, come società, come comunità, in questi Caraibi tentati costantemente dal mito degli stati Uniti, dall’americanizzazione dei modelli consumistici ed estetici, e con la loro radice identitaria che ancora resiste in una poesia di Walcott o nel celebre carnevale di Trinidad.

Contraddizioni che si rivelano già dai nomi: la capitale si chiama Port of Spain e ci s’imbatte negli omaggi a Colombo e qualche vestigia architettonica sopravvissuta, ma lo spagnolo è solo una seconda lingua, insegnata nelle scuole ma poco parlata, mentre il paese sfoggia il suo doppio nome Trinidad and Tobago, mescolando castigliano, inglese e deformazioni locali dell’originale “tobaco” (tabacco, dalla forma a sigaro dell’isola). Solo per gli azzardi dei conflitti tra potenze coloniali Trinidad non appartiene al Venezuela, che è a un tiro di scoppio, e anche il concetto di indigeno è ambiguo, in isole dove la popolazione per l’80% è originaria dell’India e dell’Africa - e gli indù sono quasi quanto i cattolici e nessuna confessione è maggioritaria. Quanto allo sviluppo, è ancora terra di mezzo: siamo fuori dalla miseria e ancora alla rincorsa di un vero benessere diffuso, come spesso nei Caraibi.

*

Isole piccole, dunque, ma plurali. Altroché: basta guardare un negozio nella strada di fianco alla cattedrale. Una vetrina espone una varietà bizzarra di merci: molta bigiotteria, piccoli gioiellini in oro vero, biancheria intima per donne, variopinte composizioni di fiori finti, confezioni di tè e caffè organico, e molti piccoli cartelli che non si capisce se sono in vendita o decorano il negozio. Uno di questi ammonisce “Absolutely no credit unless you are 90 years of age and accompaniesd by both parents!”. Tuttavia, oltre tutto questo, nel locale si scorge anche un seggiolone da barbiere, con banco e specchio. Sono luoghi così che rivelano la complessità, o la semplicità, di un popolo - e finisco per entrarci.

Mi accoglie una signora di discreta stazza, vestita completamente in viola e agghindata da fiori, sempre viola. Pare una dea minore senza sorriso ma con un’alta dea di sé. Mi chiedo cosa voglio: ma cosa si può acquistare in un negozio che vende cartelli umoristici, biancheria intima, chincaglieria, composizioni floreali di plastica, tè e caffè biologici? La deludo: vado per il barbiere.

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Eccolo arrivare dal retrobottega, forse sorpreso dell’unico cliente e già armato di forbici e pettine in mano. Mi fa accomodare e non perdendo tempo procede subito al taglio. Ricorre al rasoio solo per alcune rifiniture, conosce il suo mestiere e soprattutto è un chiacchierone. Dopo uno scambio di informazioni generiche, passa a raccontare della sua vera passione: l’agricoltura biologica, altro che capelli. Ha creato una piccola azienda che produce sia caffè che tè, rifornendosi anche da altri contadini con i quali ha costituito una sorta di cooperativa. Hanno un marchio comune e cercano canali commerciali, di cui i negozio di barbiere è un primo avamposto nella capitale. Ma la moglie ha altre idee, preferisce tutto quello che appartiene a un mondo più femminile, come gli altri oggetti esposti in vetrina – fiori, reggiseni, gioiellini finti, fermacapelli variopinti. Immagino le discussioni coniugali senza fine, e vi accenna anche lui, sempre con un buon umore che regna esplicito in questo strano locale. Al muro è esposto un grande crocifisso, qualche fotografia di modelli con i soliti tagli alla moda, i colori dominanti sono un verdolino chiaro e il lilla, e sulle pareti sono disseminati vari cartelli: “God is our security guard always on the job”, “Any weapon against this business shall not prosper”. chiedo e anche questi, sì, sono in vendita. Tra una chiacchiera e l’altra, in breve il taglio, senza sciampo, è finito e il conto è di sei dollari.

Esco e in breve mi ritrovo davanti al volto scolpito di Cristoforo Colombo. Lo guardo e mi tengo in mano un pacchetto di tè. Oltre ai sei dollari del conto, non era possibile deludere il mio barbiere/agricoltore/multi-imprenditore/intrattenitore, senza un omaggio al suo orgoglio biologico. Non me la sono sentita, però, di acquistare anche uno solo di quegli strani cartelli umoristici o un pezzo della chincaglieria della moglie in viola. La coppia, il loro curioso locale, mi ha già ripagato con la lezione sull’inventiva di questo popolo, sull’equilibrio tra economia formale e spontanea, sulle leggi del mercato reinterpretate secondo i gusti di ciascuno e le contrastanti esigenze di una coppia. Una lezione da terra di mezzo, una giornata ai Caraibi non turistici, ma della strada.

 

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