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PER IL SUO 70° COMPLEANNO, LA CINA PROMETTA DI NON MUOVERE GUERRA VERSO I PROPRI CITTADINI - Huffing


All’anno ormai in via di conclusione pare sfuggita una ricorrenza mica da poco: il 70° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. A settanta anni si va in pensione, se non ci si è andati prima; a settanta anni per gli antichi persiani si comincia a perde un colpo ogni giorno (un ricordo, un movimento muscolare, una parola…); a settanta anni quel che si è fatto si è fatto, e tanti progetti per il futuro non si fanno: ci si organizza per conservarsi al meglio.

Nel caso di un regime politico, a settanta anni di solito si raggiunge la fatidica soglia dell’esaurimento: il Partito Rivoluzionario Istituzionale messicano è restato in sella per 71 anni (fino al 2000), il Partito Comunista dell’URSS per 74, il Kuomintang per 73 tra terraferma e, dal 1949, Taiwan. Poteri che parevano inamovibili e oggi ridotti a memorabilia, appartenenti a una generazione di cui resta solo la dinastia familiare e stalinista della Corea del Nord. Con un comando ininterrotto da 71 anni, Pyongyang si conferma un temibile concorrente per la Cina, anche per longevità del sistema.

E se a Pechino stanno già preparando la grande festa tra due anni per il centenario del Partito Comunista, è tutto da vedere che nel 2049 si celebrerà il centenario della Cina comunista.


Siamo infatti all’apogeo della forza commerciale e ormai anche militare della Cina. Non c’è fronte che non veda Pechino sulla cresta dell’onda: forze armate sempre più forti, penetrazione commerciale su tutti i mercati, autorevolezza politica, giacimenti di terre rare, la formidabile ragnatela della diaspora estesa in tutto il mondo, eccellenze sportive e artistiche, capacità di innovazione tecnologica, investimenti massicci in Africa, nel Pacifico e anche in Europa oltre che nel resto dell’Asia. La Cina di Xi Jinping può congratularsi con se stessa.

Eppure, come sempre, la storia ha i suoi guastafeste. L’anno si conclude non con i fuochi d’artificio del settantesimo compleanno, ma con una indomita Hong Kong, e, a Strasburgo, con il Premio Sakharov dedicato dal Parlamento Europeo a uno dei maggiori esponenti della lotta contro l’oppressione degli uiguri. Vicende maggiori e minori che denotano delle crepe nel sistema settantenne, crepe che si allargano a un’urbanizzazione galoppante e problematica, alla scarsa efficienza di molte imprese di stato, all’atteggiamento molto più assertivo di un tempo da parte di alcuni paesi ASEAN e della stessa Corea del Nord, sempre più insofferenti rispetto ad alcune politiche cinesi. Quanto ai toni e alle politiche effettive dell’America di Trump verso la Cina, a Pechino si deve far fronte a un clima senza precedenti negli ultimi decenni. Non solo: più passa il tempo, più prende piede una sorta di nomea negativa della Cina, con stereotipi che rimbalzano gli uni sugli altri – contraffazione, scarsa qualità di molti prodotti, neoschiavismo della classe operaia, neocolonialismo in Africa, società strutturalmente oppressiva. Si dimentica facilmente il punto di partenza, la Cina di settanta anni fa, un gigante calpestato da tutti, con una popolazione prigioniera di fame, ignoranza, superstizioni.

Tuttavia il brillante confronto tra passato e presente può indurre a un’illusione ottica. Ci vorrà probabilmente molto tempo prima che una generazione arrabbiata e pronta allo scontro finale si trovi anche fuori da Hong Kong, ma la crescita di una classe media, sempre più inevitabilmente contaminata dal bisogno di uno spazio proprio, rischia di saldarsi, in termini di contraddizioni interne, con il divario sociale delle regioni interne e rurali. Quanto allo sguardo esterno, la Cina di Xi non può ignorare quanto buona parte dei popoli asiatici abbiano voluto e saputo ribaltare antichi regimi autoritari attraverso percorsi spesso contraddittori e incerti, ma che hanno portato paesi come Indonesia, Malesia, Mongolia, Corea del Sud, Taiwan, Bangladesh e altri, a un forme di democrazie parlamentare.

Invece, da settantenne, il ben oliato pragmatismo cinese pare indugiare sempre più in un nazionalismo che ovunque ha sempre dimostrato di avere il naso lungo e le gambe corte, anche sul piano interno. E in un sistema che ha poche camere di decompressione sociale democratiche e dove l’uso della forza e del controllo sono la norma, ci si può aspettare un regolamento dei conti interno non indolore. Della Cina si dice, con una buona parte di ragione, che è una terra che non ha mai mosso guerra ad altri paesi, preferendo altre strade per affermarsi – commercio, invenzioni, migrazioni. Un pacifismo tradizionale che nella storia è stato scosso da ondate di violenza periodiche e soprattutto interne. E allora il miglior modo di celebrare il proprio settantesimo compleanno, sia la premessa a non muovere mai guerra verso i propri cittadini che come tutti i popoli, aspireranno al loro appuntamento con la libertà.


Niccolò Rinaldi


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