September 9, 2019

Kabul. - Quando ancora si poteva, seppure con le dovute cautele, camminare per le strade di Kabul, mi ritrovavo di fronte alla misera porta di una casa o al banchetto colmo di pane appena cotto, e come tutti potevo riconoscere i semplici tratti di una città dell’Asia centrale, la sua gente, il suo doloroso ma tenace tessuto sociale. In quella architettura senza pretese si vedeva all’opera un’umanità impegnata nei suoi secolari riti quotidiani, e dall’una e dall’altra si coglieva lo spirito di una civiltà nella sua rappresentazione attuale. Lo imparai a Dakar, quando andai a scrivere la tesi di laurea sull’economia popolare urbana, ovvero sui mille lavori della strada, studiando quanto i veri protagonisti non erano i mestieri e i loro artefici, ma lo spazio che li accoglieva, l’anonima e gloriosa “via pubblica”. Bastava soffermarvisi qualche minuto e tutto si rivelava, tutto si decideva, tutto diveniva chiaro, come scriveva Whitman: “Oh strada pubblica, tu ti esprimi meglio di quanto io...

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