May 16, 2018

by Niccolò Rinaldi in LA RIVISTA: GLI ARTICOLI

Keiko Ogura viveva a Hiroshima e aveva otto anni quando tutta la sua famiglia fu travolta. Per lei le parole “bomba atomica” non sono, come per noi, una sorta di favola nera, lo scongiuro di una minaccia definitiva, ma un fatto, anzi “il” fatto della sua esistenza.

Un evento che diventa psiche, e una psiche che si fa testimonianza che dura da una vita, o almeno da quando è riuscita a liberarsi dal timore di essere giudicata una contaminata, l’imbarazzante conferma vivente di una disgrazia nazionale – quello stigma che ha accompagnato in Europa tanti sopravvissuti della Shoah.

A Hiroshima ho sentito nel suo testimoniare, così fermo e quasi elegante, una forma di moralità. E una memoria che trasforma il passato in presente, come accade a chi visiti il Museo della Pace o la “cupola atomica”, vicino alla quale una scolaresca canta sommessamente davanti al monumento di un bambino simbolo vittima delle radiazioni.

Quante mutazioni in una s...

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